ROMA I timori per gli italiani che non riescono a rientrare a casa, tenuti lontani da quello spazio aereo sbarrato dopo che il «ruggito del leone» ha colpito l’Iran, innescando un’azione di risposta del regime degli ayatollah di fatto inimmaginabile. E poi la preoccupazione per i nostri militari che operano nell’area e per i tantissimi italiani che nel Golfo hanno deciso di vivere stabilmente, compresi quei 400 connazionali che hanno fatto dell’Iran la loro casa, tirando su famiglie a Teheran e dintorni.
Meloni sente Mattarella
Nel tardo pomeriggio di ieri Giorgia Meloni ha chiamato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per aggiornarlo e condividere con lui le preoccupazioni per l’ennesima crisi che ha travolto lo scacchiere internazionale. Per la premier un’altra giornata trascorsa al telefono, dopo quella al cardiopalma seguita all’attacco sferrato da israeliani e americani che ha portato alla morte di Ali Khamenei, a cui sembra aggiungersi ora l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad, anche lui protagonista dell’incubo dell’atomica iraniana.
Meloni aggiorna il Capo dello Stato soprattutto sulle interlocuzioni avute nelle ultime 48 ore con i leader dell’area, una lunga lista di contatti — di fatto manca all’appello solo il presidente turco Erdogan, che la premier potrebbe sentire nelle prossime ore — a cui ieri si sono aggiunti il Re di Giordania e il Sultano dell’Oman. Ma la presidente del Consiglio ha sentito anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e Nikos Christodoulides, alla guida di Cipro e titolare della presidenza di turno dell’Ue. Restando tuttavia ancora una volta fuori dal cosiddetto formato E3 che vede insieme Berlino, Londra e Parigi, pronte ad «azioni difensive» qualora ce ne fosse bisogno. Ma se Meloni ha sentito sabato Merz e Starmer, in realtà è ancora una volta il telefono dell’Eliseo a restare silente, ennesima prova del grande freddo tra Roma e Parigi.
I timori per l’escalation
Ma è soprattutto delle chiamate con i leader del Golfo che la premier aggiorna Mattarella, anche per capire e interrogarsi insieme sull’aria che tira in uno scenario che fino a qualche giorno fa avremmo fatto fatica a immaginare. Meloni non nasconde la preoccupazione, il timore che la «de-escalation» tanto evocata sia in realtà un obiettivo difficile da centrare. E questo perché nessuno avrebbe mai pensato che l’Iran potesse arrivare a tanto, colpendo tutti i paesi dell’area del Golfo, nonché simboli ormai entrati a pieno titolo nell’immaginario collettivo, tanto da rendere Dubai e Abu Dhabi mete gettonatissime del nostro turismo.
Il timore, si diceva, è che come in un grande domino ogni pedina tiri giù l’altra travolgendo tutto. Innanzitutto non è ancora chiaro, ha evinto la premier dalle 24 ore trascorse incollata al telefono, fin dove «gli iraniani vogliano spingersi». Perché già la linea a cui sono arrivati ora non era pronosticabile, dunque siamo ormai a un punto in cui è lecito aspettarsi di tutto. Altra pedina da tenere in debita considerazione, la reazione dei paesi colpiti — dagli Emirati al Qatar, passando dal Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita — vittime di una ritorsione «massiccia», il racconto che la premier ha raccolto in prima persona, e che ha visto danni limitati solo grazie alla capacità di abbattere droni e missili in arrivo.
Ora che una risposta giunga viene quasi dato per assodato, la speranza è che venga «limitata» e circoscritta per evitare che la crisi innescata dal ruggito del leone finisca per divorare ogni cosa. La certezza, che la premier consegna al Presidente della Repubblica, è che non sarà certo questione di ore, ma che la crisi si protrarrà per settimane. Quattro, stando alle stime di Donald Trump, che tuttavia snocciola numeri e previsioni quando Meloni ha già sentito da un pezzo il Capo dello Stato. A cui la premier non nasconde i timori, condivisi anche con von der Leyen, per i contraccolpi all’economia che potrebbero derivare dalla chiusura del canale di Hormuz, con container e tanker costretti a invertire repentinamente la rotta. «L’ennesima tegola di anni maledetti», ha lamentato la premier con i suoi fedelissimi.
Mentre va avanti incessante il lavoro della Farnesina, con oltre 2000 italiani che chiedono di rientrare al più presto e un totale di 70mila connazionali presenti nell’area, di cui quasi l’80% vive nel Golfo stabilmente.
Linee aggiuntive
Le linee telefoniche dell’unità di crisi sono state prese d’assalto, tanto da portare all’istituzione immediata di linee aggiuntive per limitare ingorghi, con personale di ambasciate e consolati spediti nei principali scali aeroportuali di Qatar ed Emirati per fornire assistenza agli italiani che non sanno come fare ritorno.
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