Una provocazione. Di più: un vero e proprio affronto. Uscito dal Cdm convocato in fretta e furia a Palazzo Chigi di sabato pomeriggio un ministro commenta così l’intervento della Cassazione sul quesito e la data del referendum sulla giustizia: «Vogliono farci perdere le staffe, fanno Materazzi — scherza sotto la pioggia tamburellante — ma non ci riusciranno: non siamo Zidane».
Ai piani alti del governo l’irritazione è palpabile per l’altolà arrivato dai giudici del Palazzaccio. E poco importa se lo stop è già stato superato con il placet del Quirinale, che ha approvato la scelta del governo di mantenere la data delle elezioni il 22 e 23 marzo. «Scelta giuridicamente ineccepibile» è il messaggio consegnato alla premier Giorgia Meloni in una telefonata mattutina con il Capo dello Stato Sergio Mattarella, dai toni «cordiali» riferiscono da entrambi i lati.
I sospetti della premier
Resta infatti l’impressione dentro la maggioranza di aver assistito all’ennesimo guanto di sfida della magistratura associata “minacciata” dalla separazione delle carriere. Meloni lo raccoglie. Decide di tirare dritto: la data non cambia. E dà il suo placet a una sortita mediatica del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, il fedelissimo Galeazzo Bignami, che riaccende le tensioni toghe-governo. Il colonnello romagnolo del partito — già protagonista del “caso Garofani”, lo scontro sul consigliere di Mattarella e i suoi commenti politici in libertà durante una cena in una terrazza romana — accusa i giudici della Cassazione di aver agito per dinamiche di appartenenza correntizia.
Segue la lista dei togati sospettati di simpatie di parte. «Inaccettabili liste di proscrizione» tuonano dal Pd. E nel pomeriggio si fa sentire anche il Quirinale con un invito — o meglio, un monito — a non trascinare nella mischia politica per l’ennesima volta la decisione di un organo giudiziario. Il presidente, riferiscono fonti quirinalizie, invita «a rispettare la Cassazione e le sue decisioni». Tradotto: basta attacchi ai giudici. Antonio Tajani è tra i primi a raccogliere l’invito. «Non dobbiamo politicizzare, i giudici hanno preso la loro decisione e noi la nostra» spiega serafico a margine del vertice fra i ministri. Anche la premier, una volta sbloccato l’impasse con la firma di Mattarella sul dpr del referendum, sorvola sulle polemiche. In privato però confessa il suo stupore per i ritocchi chiesti dalla Corte di Piazza Cavour, che hanno costretto il governo a correre ai ripari di sabato mattina.
Questione di merito e di metodo. «L’ordinanza è confusa e contraddittoria», «la Cassazione smentisce se stessa» commentano corrucciati Meloni e Alfredo Mantovano nella sala circolare di Palazzo Chigi a tarda mattinata, mentre passano in rassegna una risma di fogli. Il Cdm si trasforma in una breve lezione di diritto costituzionale. //Elisabetta Casellati, ministra alle Riforme di Forza Italia, confessa i timori sulla valanga di ricorsi che i comitati del “No” presenteranno dopo l’intervento della Cassazione. Nordio e Piantedosi, durante le rispettive relazioni, si dicono invece sicuri che i ricorsi minacciati non andranno lontano. Anche perché, come Meloni fa capire fra le righe ai presenti, impugnare il Dpr che porta la firma di Mattarella non sarà una passeggiata.
Il nuovo Csm
Nei capannelli a margine del Cdm lampo però i ministri si soffermano anche sul “metodo” seguito dalla Cassazione. E qui tornano ad accavallarsi sospetti e teorie. «L’Ufficio centrale della Cassazione che si auto-proclama organo giurisdizionale è già di per sé una anomalia» spiega un altro big del governo all’uscita da Palazzo Chigi. «Quattro mesi fa per la Cassazione citare gli articoli della Costituzione nel quesito era superfluo, ora di colpo diventa indispensabile: è una contraddizione continua». Ma c’è chi si spinge oltre. E sotto anonimato confessa una tesi che convince la stessa presidente del Consiglio: c’è un pezzo di magistratura che vuole far slittare il referendum sulla giustizia per eleggere il prossimo Consiglio superiore della magistratura con le vecchie regole. Ovvero prima che il “sorteggio” dei membri togati — la vera arma del centrodestra contro il sistema correntizio — entri in vigore. Del resto, confessa chi ha studiato da vicino le carte, «accettando di spostare la data avremmo rischiato un rinvio del voto di almeno tre settimane». Quanto basta, sostengono ai piani alti di Palazzo Chigi, per far slittare alle calende greche la riforma sognata da Berlusconi. Difficile da dimostrare. Intanto il Colle invita ad abbassare i toni. La data del referendum non si tocca. La speranza, a quelle latitudini, è che non si trasformi in una resa dei conti tra poteri dello Stato.
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