Il glioblastoma è una delle forme di tumore cerebrale più aggressiva ed è molto difficile da trattare, soprattutto perchè non risponde ai trattamenti con strategia immunitaria largamente utilizzati per trattare i tumori sistemici. Un team dell’Istituto Neurologico di Milano, guidato da Serena Pellegatta, però, ha messo a punto una nuova arma per combattere il glioblastoma. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, sfrutta i linfociti T (che infiltrano il tumore) dei singoli pazienti per attaccare il tumore. Queste cellule del sistema immunitario sono presenti, ma nel glioblastoma sono poche e spesso «esauste», quindi poco funzionali.
Questo tumore al cervello non risponde alle cure immunitarie
La lotta al glioblastoma è particolarmente complicata. «Le strategie immunitarie di trattamento dei tumori sono estremamente interessanti in quanto mirate a sfruttare risorse proprie dell’organismo evidentemente neutralizzate dalla malattia. Questo concetto si è rilevato vincente nei confronti di alcuni tumori sistemici ma — ha aggiunto Francesco Di Meco, Direttore del Dipartimento di Neurochirurgia del Besta e della Scuola di Specializzazione di Neurochirurgia della Statale -. non ha mostrato efficacia nei confronti del glioblastoma, tumore che ad oggi purtroppo non riusciamo a contrastare in maniera efficace. Lo studio diretto dalla dott.ssa Pellegatta che abbiamo pubblicato su Nature Communications sembra identificare una strategia efficace nell’aggredire le cellule del glioblastoma e getta le basi per una immediata applicazione in campo clinico nell’obiettivo di offrire ai nostri pazienti reali prospettive di trattamento efficace».
Una terapia ‘personalizzata’
Il metodo che hanno sviluppato isola ed espande in laboratorio specificatamente e su misure per il paziente i linfociti T infiltranti il tumore funzionali e reattivi (tr-TIL), mantenendone invariata la memoria immunitaria. Questi linfociti, una volta reinfusi, sono quindi potenzialmente in grado di riconoscere e eliminare le cellule tumorali. I ricercatori hanno inoltre scoperto un nuovo meccanismo in grado di smascherare il tumore. Bloccando la proteina PD-L1, che il glioblastoma usa per «nascondersi» dal sistema immunitario, i tr-TIL diventano ancora più funzionali e più efficaci nel distruggere le cellule tumorali. Il nuovo protocollo del Besta parte dal materiale asportato durante l’intervento chirurgico. I neurochirurghi raccolgono il tessuto tumorale, incluse le cellule immunitarie, con un particolare strumento: il dissettore ad ultrasuoni. Successivamente, in laboratorio, isolano i linfociti T «reattivi», identificati dal marcatore CD137, e li coltivano in presenza di specifici fattori che ne favoriscono l’espansione e ne preservano memoria immunitaria e funzionalità.
La crescita del tumore rallenta nel 70% dei casi
La sperimentazione dell’Istituto Neurologico di Milano ha coinvolto 161 pazienti con diagnosi di glioma diffuso. Nei test di laboratorio, i tr-TIL, che erano stati espansi con successo dal tumore dei pazienti, sono stati somministrati in modelli animali. Il risultato? Un rallentamento della crescita del tumore nel 70% dei casi sperimentati, con un corrispondente aumento della sopravvivenza. Il protocollo è stato già adattato agli standard Good Manufacturing Practices (GMP), requisito fondamentale per l’uso clinico: il prossimo passo sarà l’avvio dello studio clinico ReacTIL, il quale testerà la sicurezza e l’efficacia di questa terapia nei in pazienti malati. Se tutto verrà confermati, sarà l’inizio di una nuova strategia per il trattamento del glioblastoma, completamente personalizzata e adatta alle necessità di ciascuno. «Il nostro studio — ha dichiarato Pellegatta, che è direttore del Dipartimento di Neurochirurgia del Besta e della Scuola di Specializzazione di Neurochirurgia della Statale di Milano — dimostra che la terapia con tr-TIL ha la possibilità di diventare un’opzione concreta per i pazienti affetti da glioblastoma».
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