Replicare gli 11 miliardi di euro ottenuti lo scorso anno per il rinnovo dei contratti pubblici fino al 2030, non sarà possibile. Ma anche quest’anno nella manovra che il governo sta preparando, il pubblico impiego potrebbe avere un ruolo centrale. Il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha messo sul tavolo una serie di misure a favore del pubblico impiego che potrebbero essere utili sia al prossimo rinnovo dei contratti che a spingere il merito nelle amministrazioni. A partire, per esempio, dalla detassazione dei premi di produttività per il settore pubblico.
Si tratta di una misura ormai in vigore da anni nel privato, e che permette di applicare un’aliquota agevolata del 5 per cento ai premi corrisposti ai dipendenti il cui valore non supera i 3 mila euro. Secondo i tecnici del ministero questa misura, oltre a uniformare il trattamento fiscale tra lavoratori pubblici e privati, contribuirebbe al taglio del cuneo anche per i dipendenti dello Stato, rafforzerebbe la contrattazione di secondo livello e spingerebbe maggiormente verso un’organizzazione del lavoro orientata ai risultati. Il punto è che si tratta di una misura che ha un costo e, dunque, bisogna convincere il ministero dell’Economia. In media i lavoratori pubblici hanno premi che stanno intorno ai 1.200 euro annui (ovviamente si tratta della media dei polli di Trilussa, per cui ci sono amministrazioni dove le somme sono molto alte e altre in cui sono molto basse).
IL PUNTO
Il punto è che i dipendenti che ricevono i premi sono tanti: 2,6 milioni. Per contenere i costi, quindi, la proposta sarebbe quella di introdurre questa detassazione in via sperimentale, mettendo a disposizione delle amministrazioni un plafond definito, una cinquantina di milioni di euro in tutto. Ad avere accesso a queste somme, sarebbero solo i dipendenti di quei ministeri, di quei Comuni, di quelle Regioni, o di qualsiasi altra amministrazione, che abbia accettato di far validare i propri accordi di secondo livello da un’autorità centrale, che sia chiamata anche a verificare che gli obiettivi assegnati per erogare i premi non siano autoreferenziali.
Non va infatti dimenticato, come ha certificato la Corte dei Conti, che nel pubblico impiego quasi la totalità dei dipendenti ha un voto massimo alle valutazioni. Una tradizione che da tempo con le sue direttive, Zangrillo cerca di “rompere”. La detassazione dei premi non è l’unica misura messa sul tavolo per i pubblici dipendenti. In discussione c’è anche una modifica alle regole della contrattazione per il prossimo triennio.
LA CONTRATTAZIONE
Ma che potrebbero avere un impatto anche sulla contrattazione in corso per gli Enti locali, quella più complessa da chiudere per l’opposizione della Cgil e della Uil. Di cosa si tratta? L’idea è quella, nel prossimo contratto, di permettere degli stanziamenti differenziati con risorse aggiuntive per i fondi decentrati delle amministrazioni, in modo da ridurre le sperequazioni tra i dipendenti. Anche qui si tratta di un tema annoso. Ci sono amministrazioni più “ricche” in grado di distribuire più fondi sotto forma di salario accessorio ai loro dipendenti, e amministrazioni più “povere”. Un problema emerso con forza negli ultimi anni, e che ha portato a dei veri e propri “esodi” di dipendenti pubblici da un’amministrazione all’altra, soprattutto di dipendenti comunali verso le amministrazioni statali. Un problema in qualche misura già affrontato con la “parificazione” nei ministeri delle indennità di amministrazione, e lo sblocco parziale dei tetti al salario accessorio nei Comuni. Ma evidentemente non basta.
IL MECCANISMO
Negli ultimi due contratti, la percentuale aggiuntiva utilizzabile per il salario accessorio dei dipendenti pubblici, è stata dello 0,22 per cento del monte stipendi, ed è stata identica per tutti. La proposta sarebbe invece quella di differenziare questa percentuale in modo da favorire i dipendenti delle amministrazioni con le retribuzioni complessive più basse. Una terza misura riguarda poi, il welfare per gli statali. Oggi molte amministrazioni hanno difficoltà ad implementare dei programmi simili a quelli del privato, come per esempio piani sanitari, aiuti alla genitorialità, ecc., perché le somme eventualmente destinate a questo scopo rientrano nei tetti del salario accessorio. La proposta dunque, sarebbe quella di tenerle fuori, dando più agibilità finanziaria a chi vuole introdurre questo tipo di incentivi. Anche qui, l’idea è rendere la Pubblica amministrazione attrattiva agli occhi dei giovani e renderla più competitiva rispetto alle offerte che vengono dal mondo privato. Non va infatti dimenticato che nei prossimi anni andranno in pensione quasi un milione di dipendenti pubblici. Per sostituirli e attrarre talenti, bisognerà dotarsi degli strumenti necessari.
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