La grazia è un atto di clemenza, non una decisione politica. Una prerogativa che la Costituzione affida, non a caso, al presidente della Repubblica. Eppure, questo antico istituto sopravvissuto alla caduta della monarchia diventa periodicamente terreno di scontro tra Quirinale e governo.
L’ultimo caso è quello di Mario Roggero, il gioielliere piemontese condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver sparato e ucciso due rapinatori. Il precedente, più esposto sul piano mediatico, era stato quello di Nicole Minetti, l’ex igienista dentale e consigliera in regione Lombardia, la cui richiesta di grazia finì al centro di un caso politico dopo un’inchiesta giornalistica.
Dopo la conferma della condanna in Cassazione, attorno al 72enne di Grinzane Cavour si è stretta tutta la maggioranza. A trasformare il caso in una battaglia politica è stata soprattutto la Lega, che ha spinto i capigruppo del centrodestra a organizzare una raccolta firme in Parlamento per sollecitare il percorso di grazia. Matteo Salvini, che da anni difende il gioielliere piemontese, è arrivato a evocare anche una possibile candidatura di Roggero pur di evitargli il carcere: «Stiamo valutando se la normativa lo permette».
Il cortocircuito
Il cortocircuito è arrivato, però. solo con la decisione di Carlo Nordio. Il Guardasigilli ha annunciato l’apertura di un’istruttoria sulla grazia per Roggero con la preparazione del fascicolo da inviare al Quirinale. Una decisione che ha colto di sorpresa lo stesso presidente Sergio Mattarella, il quale ha convocato il ministro per «puntualizzare» – spiega la nota diffusa dal Colle dopo il colloquio – «i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia, facoltà che la Costituzione riserva esclusivamente al presidente della Repubblica».
Un richiamo alle regole costituzionali per evitare che la grazia scivoli nel campo minato della politica, per la presidenza della Repubblica. «Un’esagerazione», sarebbe stato, invece, il commento arrivato dalla maggioranza.
Ma dalle parti del Quirinale la cautela è d’obbligo perché il precedente è ancora fresco: quello dell’affaire Minetti quando la richiesta di clemenza presentata dell’ex consigliera regionale lombarda era stata presentata come una questione umanitaria, legata alla necessità di occuparsi del figlio adottivo gravemente malato in Uruguay.
Dopo la concessione del provvedimento, un’inchiesta giornalistica aveva messo in dubbio il quadro raccontato da Minetti e i presupposti della richiesta. Quella volta, Mattarella si era affrettato a scrivere al ministero della Giustizia affinché approfondisse la questione. Ma allora, come oggi, la domanda torna inevitabile: gaffe istituzionale o calcolo politico? La risposta è tutta nella sequenza degli eventi. Nel caso Minetti la bufera è arrivata dopo la firma del provvedimento; nel caso Roggero il cortocircuito tra politica e Quirinale è già iniziato. Grazia permettendo.
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