28.10.2026
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Politics

Legge elettorale, lo stop della premier per evitare il pari alle urne. Le chat: «Non mi fregate»


«Davvero pensate de mettemme in difficoltà così?». Giorgia Meloni mostra i muscoli alla vigilia del voto di Palazzo Madama sulle preferenze. E al trappolone teso dalle opposizioni, Pd in testa, risponde con qualche whatsapp diretto ai senatori di minoranza con cui ha un rapporto più schietto e diretto. Sia chiaro, l’incidente parlamentare la premier lo avrebbe evitato ben volentieri, con il fronte progressista che punge e Vannacci che sin dal mattino va all’attacco, affonda, pronto ad accusare la maggioranza di voler approvare «preferenze farlocche», prendendo «per i fondelli per gli italiani». Un pasticciaccio per giunta evitabile per la premier se in I commissione, 48 ore prima, le barricate dell’opposizione sulla gestione dei lavori non avessero indotto il presidente del Senato a un compromesso che ha aperto la strada al trappolone di Boccia e compagnia.

E qui le ricostruzioni divergono, ma quel che è certo è che i conti non tornano, tanto da indurre De Priamo, il presidente dell’organismo parlamentare eletto in quota Fdi, ad ammettere candidamente: «Ignazio? Stavolta non l’ho capito…». Chi è vicino alla premier cerca di domare l’incendio — la presidente del Consiglio non è una che prende alla leggera gli inciampi altrui — sostenendo che La Russa l’avrebbe presa sotto gamba, e che, per evitare fulmini e saette sui lavori di Palazzo Madama, avrebbe servito un involontario assist all’opposizione. Ma se a pensar male si fa peccato, a volte ci si azzecca, e così ieri, nei capannelli di FdI, in molti sostenevano che in realtà «Ignazio la volpe» avrebbe optato deliberatamente per «un fallo di reazione», in disaccordo con la decisione dei vertici del suo partito di affossare il ballottaggio.

Ad alimentare i sospetti, il suo ritorno in Aula quando Pera, suo predecessore, è intervenuto per annunciare il ritiro dell’emendamento con un discorso amarissimo. Ma c’è anche chi suppone che, annusato il pericolo Vannacci, Meloni lo Stabilicum non lo voglia più, e La Russa le abbia servito sul piatto l’incidente. Da cui però la premier si è tenuta alla larga, perché a spaventarla più della sconfitta è il «pareggione», che con il Rosatellum la metterebbe spalle al muro, con il primo partito che a fatica potrebbe sfilarsi da un governo di unità nazionale.

L’alert agli alleati

Fatto sta, che lo scivolone sulle preferenze le ha consentito di lanciare un alert agli alleati di governo, che lo Stabilicum lo stanno mangiando giù a fatica. «Non sono ricattabile, lo dissi a Berlusconi e lo ripeterò fino all’ultimo giorno a Palazzo Chigi», la risposta al vetriolo data da Meloni a chi ha continuato a metterla in guardia dai franchi tiratori alla Camera, dove il voto, a differenza che al Senato, è segreto, e potrebbe davvero minare l’ultimo via libera alla riforma elettorale.

Per questo, ieri i vertici di FdI hanno tenuto le carte coperte sino all’ultimo, con i cronisti ma anche con gli alleati. Il messaggio sotto traccia, ma neanche troppo, è suonato come un «niente scherzi. Piuttosto che affossare lo Stabilicum, si torna a votare». Ma la scelta di Meloni in realtà era chiara sin dal giorno prima, quando l’insidia del voto sui sub emendamenti dell’opposizione è diventata chiara, l’incidente a un passo. «Votiamo contro, altrimenti viene giù tutto», la linea dettata dai piani alti di Palazzo Chigi ai vertici di via della Scrofa.

Ileana Sciarra


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