C’è anche una questione di soldi. E non è affatto secondaria perché, in America come nel resto del mondo, «money talks». La guerra si sa costa carissimo — armi, droni, munizioni, soldati da inviare al fronte — e il piatto ucraino piange da un pezzo. Ieri l’Ue ha annunciato altri 4 miliardi in arrivo per Kiev, in vista del 34esimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina. Risorse corpose ma a ben guardare spiccioli rispetto al fabbisogno di “Davide”, da tre anni in guerra contro “Golia”. Per rendere l’Ucraina un «riccio d’acciaio indigesto all’invasore» — copyright Ursula von der Leyen — servono un mucchio di soldi, una montagna di bigliettoni. Numeri alla mano, Volodymyr Zelensky ha parlato di un fabbisogno di 90 miliardi di dollari per acquistare armi Usa. E i Paesi alleati, Europa in testa, sudano freddo. A fine anno, una manciata di mesi quindi, finisce il gruzzolo derivante dai 50 miliardi di prestiti del G7 garantiti con gli asset russi congelati. E anche «l’Ukraine Facility», lo strumento finanziario dell’Ue che prevede una mix di prestiti (33 miliardi) e sovvenzioni (17 miliardi), volge ormai al termine. Insomma, tocca battere cassa. Per sostenere Kiev se la guerra, come sembra, dovesse andare avanti. Ma anche per piantare bandiera bianca vigilando sulla pace che, si spera, prima o poi arriverà.
IL FONDO PURL
Il grosso dei fondi cui attingere, da qui in avanti, si troveranno nel Purl, acronimo di Prioritised Ukraine Requirement List, lo strumento concordato da Donald Trump e Mark Rutte nell’incontro alla Casa Bianca del 14 luglio scorso. E dove — è bene chiarirlo — non confluiscono i dollari degli americani, perché è quel che prevedono le regole di ingaggio pattuite. Nonostante, ironia della sorte, il grosso del gruzzolo tornerà proprio nelle casse statunitensi, con l’America che fa la parte del leone quanto a commercio di armi. Non solo. Gli Usa intendono vendere cara la pelle, senza sconti o trattamenti di favore per chi paga il conto per Kiev. «Noi produciamo l’equipaggiamento militare e lo vendiamo a prezzo pieno alla Nato — ha messo in chiaro The Donald in un’intervista a Fox in onda nei giorni scorsi — e la Nato ci paga immediatamente, ed è così che funziona. E poi la Nato lo prende e ci fa ciò che vuole, perché hanno il diritto di farci ciò che vogliono, ma per la maggior parte lo danno all’Ucraina. Noi non siamo come eravamo con Biden, quando stavamo pagando centinaia di milioni di dollari. Noi non diamo niente, noi non paghiamo alcun denaro all’Ucraina».
Ma c’è dell’altro. Nei giorni scorsi, dopo il doppio incontro di Trump con Putin e gli europei, si era parlato di uno scudo aereo che gli Stati Uniti sarebbero stati disposti a fornire per garantire la pace sul cielo sopra a Kiev. Forse. L’uso del condizionale è d’obbligo perché la speranza era legata all’interpretazione di mezze frasi strappate ad alcuni protagonisti dell’amministrazione statunitense. Ma l’ipotesi di uno scudo protettivo non sarebbe mai approdata sul tavolo dove gli alleati stanno discutendo delle garanzie di sicurezza per portare la pace in Ucraina, assicura un alto funzionario europeo coinvolto nella stesura delle regole. E il perché è facile dedurlo: gli States non intendono regalare niente a nessuno, tantomeno a Kiev. A difendere i cieli ucraini e a scongiurare nuovi attacchi in tempo di pace, semmai arriveranno, ci penseranno le batterie di missili Patriot che l’America venderà a caro prezzo. Miliardi di dollari che gli alleati dovranno sganciare e gli Usa limitarsi ad incassare. Perché anche la pace, in tempi di guerra, costa carissimo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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