Insulti e offese nei casi migliori, intimidazioni e minacce di morte in quelli peggiori. Tutto rigorosamente via chat o sotto a singoli post: molte segnalazioni, poche risposte dalle piattaforme social. Una piaga che affligge soprattutto personaggi pubblici e chi fa politica, ma che proprio dalle parti di via delle Scrofa, quartier generale di FdI, pochi sembrano ancora disposti a tollerare senza fare nulla. E così dopo le tante testimonianze raccolte da diversi parlamentari del gruppo, il presidente della commissione Infrastrutture, il meloniano Salvatore Deidda, ha preso carta e penna. Destinatario: Giacomo Lasorella, presidente dell’Agcom. L’oggetto, «l’inerzia di Meta Platforms nella moderazione dei contenuti d’odio e nel contrasto ai profili fittizi».
Sul banco degli imputati, in sostanza, c’è la corretta applicazione del Digital Service Act (Dsa) europeo tra i giganti del web. Un tasto politico delicato, soprattutto perché da Washington il regolamento Ue nato per garantire i diritti degli utenti sulla rete è visto come fumo negli occhi o, per dirla meglio, come una censura al “free speech”. Dal partito della premier, che gode di un canale prediletto con Donald Trump, non si temono rappresaglie: «Non si tratta di un’azione contro qualcuno, ma che servirà a responsabilizzare».
LA LETTERA
Nel messaggio spedito al numero uno dell’Autorità per le comunicazioni alla vigilia di Natale, e visionato dal Messaggero, Deidda si sofferma in particolare sulla gestione dei contenuti d’odio e fake sulle piattaforme del gruppo Meta (Facebook e Instagram), spesso creati in modo automatizzato.
«È inaccettabile che una piattaforma che trae ingenti profitti dal mercato italiano non garantisca standard minimi di vigilanza, delegando ad algoritmi spesso inefficienti la tutela della dignità umana e della correttezza dell’informazione», scrive il meloniano, che si sofferma sulla «lentezza nella rimozione dei contenuti di palesemente violenti». Richiamandosi alle regole del Dsa e alle competenze dell’Agcom, la richiesta finale: «Valutare l’apertura di un’istruttoria o di un tavolo di monitoraggio specifico sulle procedure di moderazione di Meta in Italia». Questo per accertare se l’azienda stia adottando misure proporzionate ed efficaci per mitigare i rischi sistemici derivanti dai propri servizi.
In attesa di una risposta, nella commissione che presiede, è già pronto il piano B, che godrebbe della benedizione di Arianna Meloni. L’anticipazione è stata data proprio da Deidda nel giorno in cui ad Atreju è stato ospite Raoul Bova, vittima pure lui di un violento attacco sui social: «Stiamo lavorando per certificare che chi naviga su internet abbia un’identità certa, lanciamo qui la proposta. Lanceremo una battaglia in Parlamento affinché le piattaforme introducano una certificazione dell’identità per chi naviga».
LE PROPOSTE
La norma potrebbe trovare spazio già all’interno di due proposte di legge ora all’esame della Commissione Infrastrutture – una a firma del dem Marco Furfaro, l’altra di Sara Kelany – che mirano a regolare «informazioni e notizie aventi rilevanza sociale e politica sulle piattaforme digitali e sulle reti sociali telematiche».
Dopo l’annuncio pubblico, nelle retrovie del partito è stato avviato un gruppo di studio, composto da esperti, che si stanno occupando di analizzare i singoli aspetti di contatto tra la normativa italiana e quella europea.
Nessuna volontà di scontro con il colosso guidato da Mark Zuckerberg. «Il contatto con Meta è continuo», assicurano da FdI, dove però si tiene a porre l’accento sulla disparità di trattamento che esiste tra contenuti giornalistici e social: «Un giornalista risponde di quanto viene scritto, le piattaforme no».
L’occasione per affrontare il tema, in ogni caso, arriverà presto: in programma questo mese l’audizione in commissione a Montecitorio di rappresentanti di Meta e TikTok. Ci sarà da discutere.
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