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Autonomia differenziata, cosa succede ora al referendum abrogativo dopo la decisione della Consulta. Si voterà lo stesso?


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Per la maggioranza, il pronunciamento di ieri della Corte Costituzionale sull’Autonomia differenziata dimostra che la legge Calderoli diventerà realtà. Per le opposizioni, la Consulta l’ha scardinata al punto da modificarne la natura, una vera e propria bocciatura insomma. Quel che è certo è che il pronunciamento dei giudici costituzionali ha stoppato sette profili del testo-cavallo di battaglia della Lega: dalla questione dei Livelli essenziali di prestazione (gli ormai noti Lep), a quella delle aliquote sui tributi.

Un accoglimento, seppur parziale, dei ricorsi delle quattro regioni del centrosinistra (Campania, Puglia, Sardegna e Toscana). E adesso ci si chiede quanto peseranno le modifiche chieste dalla Consulta sui quesiti referendari, specie sul referendum abrogativo promosso dal centrosinistra.

Cosa succede al referendum abrogativo dopo il pronunciamento della Consulta?

La questione del referendum abrogativo, di fatto, rimane sospesa.

Anzitutto perché quello diffuso ieri dalla Corte Costituzionale era un comunicato riassuntivo, dunque non la sentenza integrale. Servirà il testo completo per stabilire se il quesito rimarrà in piedi oppure no. Di certo, lo ha sottolineato ieri anche il segretario del Carroccio Matteo Salvini, «i rilievi saranno facilmente superati dal Parlamento».

Saranno quindi le Camere a dover intervenire per modificare la legge. Dunque bisognerà pensare a una serie di emendamenti, che dovranno essere scritti con cura e poi portati in Parlamento per l’approvazione. I tempi, insomma, non saranno brevi. 

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Tornando al referendum aborgativo, come da iter, ora è in mano alla Cassazione. Che dovrà valutare — anche, e soprattutto, alla luce di quanto stabilito dalla Consulta — se i quesiti sono ancora legittimi. Il che, comunque, sembra poco probabile: tra i punti che la Corte ha definito incostituzionali ieri, infatti, ne figurerebbero proprio alcuni su cui i quesiti ambivano ad intervenire. Se la legge cambierà in modo radicale per mano del Parlamento, è il ragionamento, il referendum non avrebbe più senso di esistere. 

La Cassazione, quindi, potrebbe stabilire che la legge sull’Autonomia è stata modificata in vari aspetti fondamentali (in quanto giudicati incostituzionali) e che quindi la votazione non si debba più svolgere.

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Sarebbe una buona notizia, alla fine, per il governo Meloni. La premier, infatti, non era sicura di poter vincere il voto popolare su una riforma così di bandiera e così identitaria. Anzi, lo temeva particolarmente. E la decisione della Consulta potrebbe averle tolto un bel grattacapo. Non resta che attendere la pubblicazione della sentenza integrale della Consulta. Poi, entro il 15 dicembre, sarà la Cassazione a decidere. 

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