28.10.2026
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Politics

Una formula figlia del bipolarismo che rischia di provocare il pareggio


Ogni leader politico che si rispetti, e nonostante tutto l’Italia ne ha sia da una parte sia dall’altra, ha una sua cultura di base, una mentalità, una impostazione data anche o soprattutto — visto che l’ideologia conta sempre meno, ed evviva — dall’esperienza. Giorgia Meloni nasce politicamente nell’era del bipolarismo, crede nel bipolarismo e nella democrazia dell’alternanza tipica Seconda Repubblica fondata su una scelta chiara: o destra o sinistra. E la legge elettorale che viene chiamata alludendo al suo cognome, il Melonellum, ma è Stabilicum la definizione più adatta e giustamente più usata, è un prodotto riconducibile alla cultura di Meloni.

Anche nel suo aspetto tendenzialmente da premierato che l’opposizione rimprovera a questa norma la cui natura è quella di un sistema proporzionale con premio di maggioranza (e preferenza un po’ farlocche), anche a costo di far vincere il Campo Largo.

La coerenza

L’importante è che si eviti il pareggio e che non vinca il centrismo da ammucchiata. Due italianissimi ingredienti, questi ultimi, che la premier non ha mai digerito, e ciò le ha portato fortuna per esempio scegliendo di stare fuori dal governo Draghi pur coltivando un ottimo rapporto personale e di stima con Draghi, perché sono estranei — nel bene o nel male — alla sua formazione e al suo apprendistato di lungo corso.

E ha tanto faticato Meloni a portare a casa questa legge elettorale, imperfetta, voluta a maggioranza e non secondo un metodo di possibile condivisione con le opposizioni, passibile di rilievi costituzionali e di correzioni da parte della Consulta e perfino di una eterogenesi dei fini. Proprio perché sia a destra sia a sinistra, sia in una parte del mondo largo delle élites e degli ottimati della cultura, dell’accademia, del cosiddetto deep state e dei giri che contano, la tendenza a non voler vedere vincere nessuno, e poi chi vince verrà subito accusato di «dittatura della maggioranza», è sempre esistita e continua ad esistere. Posizione legittima, anche questa.

Ma stavolta, il congegno è fatto in modo — con il premio di maggioranza dal 42 per cento e la destra lo avrebbe voluto più basso — che chi dei due schieramenti dovesse raggiungere quella soglia possa trasformare l’esito elettorale in un governo politicamente autosufficiente. Succederà? Qui, per dirla in maniera gergale, casca l’asino. Può accadere o non accadere. E se non dovesse accadere, perché Vannacci da una parte e le solite diatribe dall’altra parte impediscono alle due coalizioni di volare?

Non fa altro che parlare di «coerenza» Meloni, tutti gli riconoscono anche in maniera inutilmente enfatica la sua «coerenza» — compresi i nemici — e la «coerenza» meloniana in questo caso sta nell’aver fatto assumere alla legge elettorale lo spirito bipolarista di cui Giorgia si nutre convintamente. Il che non significa affatto, però, che i risultati elettorali dei due poli non in grande spolvero in questa fase secondo i sondaggi, ma al momento del voto si vedrà, si adatteranno per forza allo schema legislativo. Non è che poi i fatti, anzi i numeri nelle urne, faranno dello Stabilicum un Instabilicum con buona pace delle intenzioni virtuose, almeno secondo lei, della premier?

Le repubbliche

Ieri Donzelli ha consacrato, ripreso da tutti i tiggì, la nascita della Terza Repubblica grazie alla nuova legge elettorale ma se non scatta il premio di maggioranza e scatta invece la nemesi, si potrebbe riprodurre la modalità Prima Repubblica. Cioè quella di un proporzionale puro in cui i giochi si fanno in Parlamento e non si sa come la lotteria potrebbe andare a finire, tra maggioranze variabili e altri alambicchi.

E a proposito di Repubbliche, della Seconda Repubblica questa legge conserva soltanto il concetto berlusconiano del capolista bloccato. Mentre le preferenze serviranno — lo ha ammesso con la sua candida malizia il presidente La Russa — soprattutto o unicamente ai due partiti principali: FdI come la Dc e Pd come il Pci. Con la conseguenza che tutti gli altri diventino partiti satelliti. Verrebbe da dire, evviva lo Stabilicum. Ma a patto che non diventi un boomerang per tutti quanti.


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