«Un ponte per la crescita comune». Lo slogan che campeggia sotto le decine di bandiere del Convention center di Addis Abeba (con tanto di ponte stilizzato tra le parole “Italia” e “Africa”) racconta bene quale sia l’ambizione con cui si apre il secondo summit Italia-Africa, il primo in terra africana dopo l’esordio nella Capitale di due anni fa. Fare di Roma il «ponte privilegiato» tra Europa e continente africano, un crocevia sempre più strategico per i nuovi equilibri geopolitici globali. E non solo perché a queste latitudini l’influenza di Cina e Russia si fa sentire, come raccontano gli ideogrammi che spiccano sui teloni dei palazzi in costruzione, contribuendo in larga parte a spingere quella crescita che sta cambiando il volto della città fondata da Menelik II.
Uno scenario in cui l’Italia e il Vecchio continente, è la convinzione di Palazzo Chigi, non possono non esserci. È questo il senso del Piano Mattei lanciato dall’esecutivo: sviluppare progetti di collaborazione in loco, per mettere in moto le potenzialità e lo sviluppo dei Paesi africani. In prospettiva, fornendo altre strade per il futuro ai giovani africani che non siano quella – obbligata – dell’emigrazione.
I Paesi coinvolti
Ed ecco perché, a due anni dal lancio delle prime iniziative del progetto intitolato al fondatore dell’Eni, ad Addis Abeba è tempo di bilanci. Capire cosa ha funzionato finora, cosa si può fare meglio. Per adesso il bilancio, dal punto di vista del governo, è più che positivo. Come dimostra proprio l’invito riservato a Meloni in terra etiope, non solo per il vertice Italia-Africa di oggi ma anche in qualità di ospite d’onore del summit dell’Unione africana in programma domani (l’ultimo leader europeo a essere ospitato fu Francois Hollande 13 anni fa). Così come il fatto che il piano, inizialmente nato con nove Paesi partner, si sia già allargato a 14, mentre altri potrebbero aggiungersi nel corso del 2026.
In totale, gli investimenti già stanziati sul continente africano ammontano a circa 1,4 miliardi di euro, finanziati in parte tramite il Fondo italiano per il clima (dal quale nel 2025 sono arrivati 800 milioni), e poi da Cdp, Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo e Banca africana di sviluppo.
Ma sta aumentando pure il coinvolgimento di Paesi terzi extra Ue, dagli Usa alla Corea agli Emirati. Un lavoro «con l’Africa e non per l’Africa», rimarcano i diplomatici italiani coinvolti nell’attuazione degli oltre 50 progetti in cantiere, che punti allo sviluppo e non allo sfruttamento. Ed è in questa direzione che vanno le opere più ambiziose in corso di realizzazione. Dai corridoi energetici alle filiere agroalimentari, passando per acqua, formazione e innovazione digitale.
I progetti
Sul fronte energetico, tra i progetti di punta figurano l’impianto fotovoltaico Abydos II in Egitto da 1 GW con sistema di accumulo, il collegamento elettrico sottomarino Elmed tra Italia e Tunisia e il finanziamento da 150 milioni di euro al Kenya per sostenere le strategie climatiche. Mentre a livello regionale, spicca il Corridoio di Lobito — tra Angola, Zambia e Repubblica Democratica del Congo -, sostenuto anche da investimenti di altri Paesi come gli Usa. L’idea è quella di creare una via commerciale privilegiata per il trasporto rapido e sicuro di materie prime, a cominciare da minerali e terre rare. Ma non si contano i progetti di collaborazione in campo agricolo, dal piano per l’agricoltura rigenerativa su terreni semi-aridi in Algeria al progetto sulla filiera del caffè in cinque Paesi pilota dell’Africa orientale. Un piano win-win, insomma: sviluppare le potenzialità dell’Africa perché a beneficiarne sia, un domani, anche l’Europa.
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