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Trump-Meloni, la premier stavolta non replica. Gelo con il mondo dei Maga


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No comment. «Sono stata chiara». Giorgia Meloni questa volta snobba Donald Trump. Sono quasi le dieci di sera quando su Truth irrompe l’ultimo attacco del presidente americano. «Non va bene!» grida all’Italia e alla sua (ex?) alleata sotto accusa per non aver partecipato alla guerra in Iran. I collaboratori della premier attendono un cenno. La replica però non arriva. «Non tornerò sull’argomento perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito» aveva chiarito nel suo ultimo post la presidente del Consiglio.

Detto fatto. Non vuole la rissa a oltranza. Che forse fa bene ai consensi ma rischia di aprire scenari imponderabili. Trump, ancora una volta, è entrato nel merito. E dagli insulti personali a «Gi-giorgia» è passato alle sentenze contro l’Italia. «Non c’era per noi» quando l’America ha scatenato l’inferno sugli ayatollah, tuona il presidente chiarendo, a scanso di equivoci, che non ha dimenticato lo «sgarbo» di Sigonella. È un passaggio sottile ma che a Palazzo Chigi non sottovalutano: la crisi diplomatica è a un passo.

Meloni si è già messa al lavoro per scongiurarla. Ha chiesto ad Antonio Tajani di sentire il segretario di Stato americano Marco Rubio, venerdì sera. Ha dato il via libera ai ministri di partecipare alla tradizionale festa dell’Indipendenza di Villa Taverna, a Roma. Ha infine impartito ai suoi un sonoro contrordine: basta attacchi. Un conto è il botta e risposta tra leader, un altro la slavina di insulti e sfottò contro il capo della Casa Bianca che ha invaso le pagine social del centrodestra. Sopire e troncare, è l’ordine di scuderia partito nelle scorse ore.

Meloni è la prima a seguirlo ignorando l’ennesima stoccata del Tycoon.

In giornata nondimeno si toglie dalle scarpe un sassolino, anzi due, nella passeggiata a Gemona al raduno con gli Alpini. Il blitz mattutino lancia infatti un messaggio a Trump. Replica a quell’accusa, messa nero su bianco dal presidente, di una leader italiana ormai fiaccata nei consensi e in caduta libera nei sondaggi: She’s doing poorly. E la risposta è nel bagno di folla fatto di cappellini e piume nere al vento, selfie, cori per la premier in tailleur scortata dalle divise. Schema collaudato. Quando le cose si mettono male o la fatica si fa sentire Meloni cerca di tastare con mano il consenso. E puntualmente spuntano piazze, palchi, passeggiate all’aperto, fuoriprogramma.

Il secondo segnale non guarda alla Casa Bianca, ma a uno scomodo «vicino» di casa che un giorno sì e l’altro pure chiede lo sgombero del centrodestra dal governo.

Parliamo di Roberto Vannacci, il generale di Futuro Nazionale — la cui sede romana in via in Lucina dista una manciata di metri da Palazzo Chigi — che i sondaggi fotografano già sopra la Lega. Ecco, la marcia domenicale scortata dai reparti di Penne nere suona tanto come un monito all’ex Parà che dalle caserme ha lanciato la sua scalata politica. Ci sarà tempo per sfidare piazza per piazza il generale, ammesso che si dimostri un rivale e non un alleato. Ora la testa della premier è tutta sullo strappo americano. Sul ciclone Trump che può colpire ancora e duro al summit della Nato di Ankara, il 7 e l’8 luglio. Oggi, a margine del Consiglio dei ministri, Melonipotrebbe incontrare i vice Antonio Tajani e Matteo Salvini per concordare la linea comune sui rapporti con gli Usa. Un vertice di maggioranza è insomma nell’aria per serrare i ranghi.

La visita a Washington

Se la crisi diplomatica può rientrare, le frizioni fra la destra italiana e il mondo trumpiano, cioè l’universo MAGA, sono invece destinate a proseguire. Specie dopo l’ultimo affronto firmato Trump. Notizia: a inizio luglio è prevista una missione del gruppo di Ecr (Conservatori e riformisti europei) a Washington DC. Nel gruppo in partenza c’è anche Carlo Fidanza, capodelegazione di FdI in Ue, e la vicepresidente dell’Eurocamera Antonella Sberna, due primissime file del partito meloniano. A Washington per incontrare chi? Nientemeno che il vicepresidente JD Vance e Marco Rubio. O almeno questa è la richiesta partita dai conservatori europei, spiegano fonti del partito di via della Scrofa. Tutto pronto, o quasi. Perché il terremoto con Trump fa sorgere due dubbi, ma anche tre, sull’opportunità di una foto con i dioscuri del trumpismo. Biglietti e voli sono in stand-by. Appesi al prossimo post di Donald.


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