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Tra l’Oman e l’estremo Oriente, la doppia missione di Meloni


dalla nostra inviata

TOKYO Dal Golfo all’Asia, tra crisi geopolitiche e sfide economiche potenzialmente decisive. Giorgia Meloni ieri è volata in Oman, per un bilaterale con il Sultano Haitham bin Tarik Al Said, sullo sfondo deserti di dune e wadi cristallini. A Muscat il piatto forte del menù verte sui dossier internazionali, con l’Oman che in queste ore gioca un ruolo decisivo nella crisi iraniana, mediatore silenzioso tra Usa e Teheran.

L’ombra dell’Iran

E non a caso i due leader ribadiscono in una nota congiunta «il loro impegno a sostenere gli sforzi volti a raggiungere la sicurezza e la stabilità e a risolvere i conflitti con mezzi pacifici, in conformità con i principi del diritto internazionale». La presidente del Consiglio continua a puntellare la sua strategia nell’area del Golfo, forte della nomina imminente nel «board of peace» capitanato da Donald Trump per guidare la fase 2 del processo di pace in Medio Oriente. Centrali con Muscat anche le relazioni economiche, che registrano il segno più per l’export italiano, una crescita trainata soprattutto dalla vendita di macchinari industriali. E anche su questo fronte la visita lampo in Oman porta novità. Come la firma di un memorandum d’intesa tra Sace e Khazanah Modern Oman, player omanita attivo in diversi settori ad alto potenziale per l’export italiano, dalle infrastrutture al food & beverage. Dopo la cena organizzata dal Sultano in suo onore nell’imponente residenza reale Al Barakah, la premier si è rimessa in volo, destinazione Tokyo, per recuperare la missione in Giappone e Corea saltata nell’agosto scorso, complice un’accelerazione del processo di pace in Ucraina poi finito in un nulla di fatto.

Ed è soprattutto a partire dall’Asia che entra nel vivo la strategia votata alla crescita che Meloni ha in mente per arrivare al 2027 con le vele gonfie di vento, obiettivo assicurarsi il bis a Palazzo Chigi.

Perché se i dazi Usa e le crisi geopolitiche hanno fiaccato l’economia europea, come insegna il kintsugi — l’antica tecnica giapponese che consente di riparare i vasi rotti con l’oro — gli inciampi e le difficoltà possono essere la scintilla di nuove opportunità. E’ la filosofia che guida la missione asiatica della presidente del Consiglio: puntare le fiches su nuovi mercati e nuove rotte commerciali per ingranare la marcia giusta. A Tokyo domani Meloni incontrerà la prima ministra Sanae Takaichi, come lei prima donna nella storia del Paese alla guida del governo. Le due adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleva i rapporti bilaterali tra Italia e Giappone al livello di Partenariato Strategico Speciale, con una serie di impegni per accelerare l’attuazione del Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027.

Soprattutto, però, Meloni è pronta a strizzare l’occhio ai colossi dell’industria giapponese, stessa strategia che replicherà in Corea, con Seul che continua a registrare tassi di crescita vertiginosi. Sabato nella sede dell’ambasciata italiana a Tokyo è in agenda l’incontro con i vertici di società che muovono un fatturato di oltre mille miliardi di euro (tra gli altri, ceo e presidenti di Honda, Kawasaki, Panasonic, Toyota, Samsung e Hyundai). Meloni punta a portare a casa non singoli contratti, ma investimenti di lungo periodo. Spingere sull’apertura di stabilimenti in Italia, sulla falsariga di quanto alcuni giganti nipponici già fanno da un pezzo : Hitachi, Denso, Mitsui, Smc, Ihi per citarne alcuni. E’ lo stesso schema di gioco adottato nella visita della premier due anni fa, febbraio 2024. Ma stavolta Meloni porta in dote altri due anni alla guida del paese.

La stabilità

Perché la crescita passa anche dalla stabilità, e la presidente del Consiglio è convinta sia questa una delle carte da calare sul tavolo per attrarre investimenti, convincere le imprese straniere a scommettere sull’Italia, un tempo bollata come paese politicamente inaffidabile, ora con un governo considerato tra i più stabili d’Europa. E a Seul, dove la premier arriverà domenica, si replica lo stesso spartito. Sono 19 anni che un presidente del Consiglio non mette piede in Corea, l’ultimo era stato Romano Prodi nel lontano 2007. Da allora la crescita economica di Seul è stata inarrestabile, via lo status di Paese povero per vestire quello di potenza tecnologica, con previsioni di sviluppo stabili grazie all’export trainato da semiconduttori, automotive e tecnologie legate all’Ia.

Una rivoluzione anche culturale, guidata dall’Hallyu – l’onda coreana – all’insegna di K-drama, moda, skincare e K-pop, la musica coreana amatissima dai giovanissimi di tutto il pianeta. Ne sa qualcosa anche la presidente del Consiglio, ad agosto scorso a Milano con la figlia Ginevra (anche stavolta accompagnerà la mamma in missione) per assistere al concerto delle Blackpink, il gruppo femminile più seguito ed ascoltato nella storia di Youtube e Spotify. Del resto, il tempo delle Space girl è finito da un pezzo.


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