12.01.2026
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Politics

tra le ipotesi l’uso di due satelliti italiani. Il patto su Kiev alla prova dell’Aula


PARIGI — La Maserati pattina sulla neve ghiacciata nel cortile dell’Eliseo. Quando Giorgia Meloni varca il portone Emmanuel Macron è già dentro a officiare il vertice dei «Volenterosi» con Zelensky. La premier italiana arriva intorno alle 16, quaranta minuti di ritardo giustificati, per la tappa all’ospedale Niguarda di Milano dove ha fatto visita ai sopravvissuti di Crans-Montana. Incede in un tailleur nero con cristalli d’argento, è accolta dal capo del cerimoniale Frederic Billet. È il giorno dell’Ucraina a Parigi. Ma anche il day after delle minacce di Trump alla Danimarca, un alleato della Nato: dopo il Venezuela il presidente Usa sogna il “golpe” pure nell’isola artica. Si muove in questa strettoia la diplomazia di Meloni nella Ville Lumiére. In mattinata la premier mette la firma sulla nota congiunta di sette Paesi Ue, Danimarca inclusa, che manda un segnale alla Casa Bianca sia pure tra mille accortezze lessicali per non irritare l’alleato d’Oltreoceano: l’«integrità territoriale» danese non si tocca, ma ben venga un maggiore impegno della Nato in Groenlandia per contrastare le mire russe e cinesi. Serra i ranghi con l’Europa la premier italiana, abbraccia a Parigi l’amica Mette Frederiksen, la conservatrice a capo del governo danese nel mirino di «Donald». Cerca di serrare i ranghi anche durante il summit francese che definisce per la prima volta le garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Ovvero lo scudo per Kiev contro future aggressioni della Russia.

Qui però Meloni gioca una partita tutta italiana. Siede accanto all’inglese Starmer, parla tra i primi. E in quattro minuti pianta i paletti italiani per difendere gli ucraini. Nel giorno in cui Macron, Starmer e i Volenterosi danno forma alla missione internazionale che dovrà garantire il futuro cessate il fuoco tra Russia e Ucraina, la premier italiana mette a verbale «l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno». Niente soldati connazionali in Ucraina: né oggi né mai. È una posizione inamovibile — da Palazzo Chigi ricordano che solo pochi Stati finora si sono resi disponibili a spedire truppe di pace — a cui contribuisce anche il veto del leader leghista Matteo Salvini: in un vertice di maggioranza lunedì sera ha chiesto a Meloni di esprimere un «no secco» a Parigi all’invio di militari italiani. L’Italia, spiega invece la leader durante il suo intervento, garantirà l’addestramento dell’esercito ucraino sul territorio nazionale, come fa da anni all’interno della missione europea Eumam. E soprattutto fornirà supporto logistico alla missione dei «Volenterosi» per monitorare il rispetto del cessate il fuoco. Un’ipotesi prevede la messa in campo dei due satelliti italiani Cosmo-Skymed finora «prestati» agli ucraini per studiare le mosse del nemico russo in trincea. Ma il sostegno logistico italiano passerà anche dalla manutenzione delle infrastrutture energetiche e sanitarie ucraine.

I MINI-BILATERALI

Meloni resta all’Eliseo per poco più di due ore. Inframezzate da tanti mini-bilaterali: si ferma con gli americani Kushner e Witkoff, ha un faccia a faccia con Macron, Merz e Ursula von der Leyen. Una visita lampo di cui in serata cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno. Non ha mai approvato l’idea, firmata Starmer e Macron, di inviare soldati europei in Ucraina. Per questo considera un successo l’inserimento di una clausola di «flessibilità» nell’accordo degli europei: ogni Stato potrà decidere se inviare militari oppure no. E ancora: ritiene un successo personale la definizione delle garanzie di sicurezza per Kiev. Prenderanno la forma di un trattato di mutuo soccorso — da decidere se multilaterale o firmato dai singoli Stati europei — che richiama il meccanismo dell’articolo 5 per la difesa collettiva della Nato, proprio come proposto dal governo italiano: se la Russia invaderà di nuovo l’Ucraina gli alleati risponderanno in tempi rapidi. Certo non sarà facile rendere automatico questo meccanismo difensivo. Perché dovrà passare da un voto dei Parlamenti nazionali. Cioè, in Italia, dovrà superare i veti e i malumori della Lega. È scritto nero su bianco sia nella nota di Palazzo Chigi sia nella dichiarazione congiunta dei leader: «In caso di futuro attacco» di Putin sarà necessario rispettare «le procedure costituzionali». Insomma l’ultima parola spetta al Parlamento italiano. Comunque vada Zelensky non dormirà sonni tranquilli.


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