Ministro Bernini, dopo l’estate si apre il nuovo anno accademico, gli studenti e le loro famiglie si aspettano una situazione diversa anzitutto per gli alloggi. È il caso di aspettarselo?
«Abbiamo aumentato in numero gli studentati. Questo non significa soltanto aver raggiunto un target aritmetico e burocratico in linea con il Pnnr. Vuol dire aver dato maggiori opportunità e scelte alle studentesse e agli studenti. Indipendentemente dalle loro condizioni economiche, delle loro famiglie e dal luogo di provenienza. Le posso raccontare un’immagine?».
Prego.
«Quando sono arrivata nel 2022 al ministero, la prima cosa che ho visto sono state le tende degli studenti che rivendicavano un maggiore numero di posti letto. Ora, consegniamo loro le chiavi degli studentati. Quando sono arrivata i posti letto erano 45mila, ne lasceremo 120mila. Sa qual è la differenza tra propaganda e cultura di governo? Che i leader delle opposizioni andavano a farsi i selfie nelle tende, per dare l’impressione di solidarizzare con i giovani, mentre noi aprivamo i cantieri. Gli studentati, come tutto ciò che attiene al diritto allo studio, sono un asset per il Paese e questo asset dev’essere condiviso da tutti e non serve da parte delle opposizioni agitare la clava. Occorre dare ai ragazzi una speranza e un futuro, per loro e per le loro famiglie e quindi per il Paese. E in questo voglio ringraziare per lo spirito collaborativo i sindaci come Manfredi e Decaro, il primo è anche presidente dell’Anci e il secondo lo è stato».
Perché li vuole ringraziare?
«Perché con tanti altri sindaci italiani hanno supportato, indipendentemente dai proclami dei leader nazionali del loro schieramento, questa grande idea di futuro che è il notevole aumento degli studentati».
A proposito delle opposizioni, dicono che avete tagliato i fondi alle università. È così?
«Queste sono sciocchezze. Che non danneggiano il governo ma l’immagine del sistema universitario italiano.
Abbiamo stanziato per gli atenei il più cospicuo fondo mai investito nella storia della Repubblica italiana. Quasi 9 miliardi e mezzo, a cui abbiamo aggiunto altri 60 milioni, per consentire alle università di essere più aperte e internazionalizzate. Questa per noi non è soltanto una posta di bilancio, ma corrisponde a un investimento sulla conoscenza: per rendere alta formazione e ricerca sempre più moderne, inclusive e democratiche. Alta formazione e ricerca sono le infrastrutture di sistema su cui il governo ha sempre investito, nonostante le crisi internazionali e i momenti difficili che stiamo vivendo. Ogni volta che ho portato in consiglio dei ministri un provvedimento a favore dei giovani e del loro futuro, il presidente Meloni e il vicepremier Tajani, segretario del mio partito, mi hanno sempre sostenuta anche nelle scelte più coraggiose».
Qual è un esempio di coraggio in favore delle nuove generazioni?
«Aver liberato, dopo 25 anni di immobilismo, il meraviglioso mondo dell’alta formazione artistica. Che significa: arte, musica, teatro, danza, design, moda. Si tratta di tutto il meglio di ciò che l’Italia ha inventato e reso grande, per se stessa e per il mondo, lungo i secoli».
In che cosa si materializza questo discorso?
«Abbiamo cominciato, nel 2022, un percorso di finanziamento dell’edilizia, di regolamento dell’attività didattica e di finanziamento dei dottorati di ricerca per conservatori, accademie, scuole di design, e tutto ciò che comprende il mondo Afam: cioè l’alta formazione artistica, musicale e coreutica. Attraverso questo percorso, siamo giunti pochi giorni fa a trasformare il loro diploma in laurea».
Ci spieghi meglio.
«È semplice: avremo attori laureati, musicisti laureati, danzatori laureati, designer laureati. Così, diamo una qualifica di ulteriore eccellenza, in Italia e all’estero, ai nostri artisti. Questa innovazione mi è stata richiesta, ed è stata apprezzata, da un mondo che non è sicuramente supporter del nostro governo. Va detta una volta per tutte una cosa: ci sono questioni così importanti, per dare valore, visibilità e dimensione internazionale al futuro dei nostri giovani, che non possono essere oggetto di polemiche suicide per il Paese e di campagne ideologiche. Questo non ci fa crescere, ma retrocedere agli occhi del mondo».
Quale la nostra chance: il glocal?
«Mi sembra evidente. Nel Dna del nostro Paese, scorrono fiumi di inimitabile cultura, conoscenza e stile, e il mondo desidera di esserne parte. Noi dobbiamo diventare sempre più attrattivi. Le fornisco un recentissimo dato: il 17 per cento degli studenti della nostra alta formazione artistica viene dall’estero. Con la trasformazione del diploma in laurea, questa cifra aumenterà ancora di più. Le nostre università e i nostri enti di ricerca sono sempre più internazionalizzati. Questo nuovo mondo è fatto non più di confini, ma di connessioni».
Ci sono state polemiche sul semestre aperto nelle facoltà di medicina. In vista del nuovo anno accademico, qual è la situazione?
«Più che di polemiche, parlerei di sciacallaggio ai danni dei ragazzi e delle famiglie da parte di chi specula sui vecchi sistemi dei test lotteria e della formazione truffa fuori dall’università. Abbiamo semplicemente invertito il paradigma. Ora tutti gli studenti entrano e si formano durante il semestre aperto, per poi dare tre esami. È così che si decide chi sarà medico: non fuori ma dentro l’università. In più, dal 2022 i posti di medicina si sono quasi triplicati: da 10mila a 27mila. La polemica politica è lecita ma i numeri hanno la testa dura. L’80 per cento degli studenti che ha frequentato il semestre è rimasto dentro l’università e il 20 fuori. Prima la percentuale era inversa. Per migliorare questo risultato, è stato fondamentale collaborare con gli studenti. Ci hanno consentito di vedere e di capire quello che non avremmo mai potuto capire da soli: cioè la loro esperienza diretta. Nella mediazione, nel confronto e nella capacità di cambiare ciò che non funziona si creano le riforme durature».
La riforma del reclutamento dei docenti e dei ricercatori la considera duratura?
«La considero anzitutto una riforma necessaria. Per uscire dall’ambiguità, dell’abilitazione scientifica nazionale e dall’opacità dei concorsi privi di regole omogenee. La nostra riforma semplifica, attraverso regole comuni e rende trasparenti gli aspetti più bui delle procedure concorsuali. Ora i concorsi saranno fatti dai singoli atenei, con regole comuni e con professori-valutatori sorteggiati a livello nazionale».
Ma è sicura che questo basta a superare opacità e imbrogli?
«Sono molto orgogliosa di annunciare un accordo di collaborazione, sottoscritto la scorsa settimana tra il nostro ministero e il presidente Busia, dell’Anac. La collaborazione con l’autorità anti-corruzione su decreti attuativi della riforma sarà certamente in grado di illuminare le oscurità in cui si possono annidare le pratiche scorrette nei concorsi. Se i nostri ricercatori vedono la trasparenza e hanno fiducia nel sistema, rimangono in Italia».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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