Gli altiforni dell’Ilva di Taranto rischiano il blocco entro sei mesi, se la proprietà non interverrà per realizzare importanti interventi di monitoraggio e manutenzione ambientale per la tutela dei residenti. L’ha deciso ieri la sezione XV del Tribunale di Milano, quella specializzata in materia di impresa, e da Miami, dove ha sede, il fondo Flacks si sarebbe preso almeno 24 ore per leggere la sentenza e capire se continuare o meno con l’acquisto del gruppo siderurgico.
In ambienti di governo — informalmente — si raccolgono «sconcerto» e «il timore che questa volta», con la richiesta della magistratura di fermare l’area a caldo da agosto, «si spenga definitivamente» l’acciaieria che, direttamente e indirettamente, da lavoro a oltre 20 mila persone. Anche perché a Palazzo Chigi come al Mimit erano convinti che a metà marzo si sarebbe chiusa la vendita con gli americani, nonostante le tante incognite di natura industriale e finanziaria insite nell’operazione. «E difficilmente, in questo clima di incertezza, ci saranno altri disposti a investire per il salvataggio». Se non bastasse, l’Europa potrebbe bloccare l’erogazione dell’ultimo prestito ponte di 390 milioni approvato a gennaio dal Parlamento — proprio perché legato alla privatizzazione — mentre il gruppo siderurgico ha liquidità prossima allo zero.
Ancora una volta il futuro di Ilva rischia di essere deciso per via giudiziaria: ieri il Tribunale delle Imprese di Milano ha accolto il ricorso presentato dall’associazione Genitori tarantini — tra i dodici firmatari anche un bambino — e come in passato ha riconosciuto i «rischi attuali di pregiudizi alla salute». Soprattutto ha «disapplicato» pezzi dell’autorizzazione integrata ambientale (Aia) rilasciata nel luglio scorso e disposto la chiusura dal 24 agosto del cuore dell’acciaieria di Taranto — l’area a caldo — se non ci saranno interventi sostanziali per salvaguardare la salute degli abitanti. Per evitare lo stop alla produzione, servono misure idonee per il monitoraggio delle polveri sottili (PM10 e PM2,5), per bloccare l’emissione di inquinanti e delle stesse polveri, compresa una piena applicazione del regime per i “wind days”, oltre a installare serbatoi per le sostanze pericolose e presentare cronoprogrammi e studi di settore per attenersi «alla temperatura minima di combustione delle torce alle quali sono inviati i gas di affinazione dell’acciaio» o al rispetto «della completa intercettazione delle emissioni diffuse in fase di trasferimento del coke».
La sentenza del Tribunale di Milano — competente perché qui ha sede legale Acciaierie d’Italia — riguarda un ricorso presentato da un gruppo di residenti nel 2022, poi aggiornato in base all’ultima Aia. È lo stesso procedimento che ha visto nel recente passato anche un’intervento della Corte di giustizia europea che aveva già rischiato di chiudere gli altiforni. Per la cronaca, l’atto non è esecutivo, quindi una possibile impugnatura dei commissari dell’Ilva potrebbe, secondo alcuni esperti, congelare le disposizioni. Ma da ambienti vicini a chi sta seguendo il dossier della vendita spiegano che gli interventi chiesti sono costosissimi, mentre soldi in cassa i commissari non ne hanno, a maggior ragione se sarà congelato l’ultimo prestito ponte. Poi necessitano di tempi lunghi per essere completati. In questo scenario di incertezza, c’è più di un timore che Flacks possa o chiedere di allungare i tempi della trattativa oppure far decadere la sua proposta d’acquisto. Intanto il primo effetto è stata la richiesta degli amministratori di congelare le trattative per il rinnovo della cassa integrazione per 4mila addetti, che però dovrebbe comunque scattare automaticamente.
Il fondo americano — dietro il pagamento simbolico di un euro per gli stabilimenti — ha annunciato un investimento da 5 miliardi per elettrificare i forni del gruppo siderurgico, impiegando 500 milioni di capitale proprio. Il resto lo metteranno le banche e, soprattutto, il governo (che dovrebbe restare nell’azionariato con Invitalia) e potenziali soci industriali con quote minoranze. Tra questi avrebbero dato la disponibilità Marcegaglia, Danieli e gli ucraino-olandesi di Metinvest, gli stessi impegnati a rilanciare l’acciaieria di Piombino.
Già nelle prossime ore Flacks potrebbe annunciare ai commissari le sue intenzioni. Si spera che il fondo chieda soltanto più tempo. Tra gli operatori del settore c’è scetticismo perché il fondo, al di là dei progetti di elettrificazione, intende puntare sul mantenimento degli altiforni a carbone almeno fino al 2030, anche per garantire un più alto numero di posti di lavoro (almeno 6.500) e fare acciaio primario di migliore qualità. Ma dopo la sentenza del Tribunale di Milano il ciclo integrato diventa sempre più insostenibile. Parallelamente, senza i 390 milioni inseriti nel decreto Ilva, Acciaierie d’Italia non potrà portare avanti il programma di manutenzione degli impianti e riportare entro l’anno con l’Afo4 e l’Afo1 la produzione di acciaio a 4 milioni di tonnellate annue. Il minimo sindacale per restare solvibili.
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