20.01.2026
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Politics

Sindaci eletti con il 40%, si accelera. Nel mirino le Comunali del 2027


L’obiettivo è incassare il via libera in tempo per le amministrative. Se non quelle di primavera, per le quali i margini sono molto stretti, almeno per le Comunali dell’anno prossimo. Quando alle urne torneranno più di venti medie e grandi città italiane e diversi capoluoghi, a cominciare da Roma e Milano. E poi Palermo, L’Aquila, Verona, Taranto, Monza e molte altre. Il centrodestra torna alla carica: stop ai ballottaggi nei comuni sopra i 15mila abitanti. Il ddl, firmato dai quattro capigruppo di maggioranza in Senato e depositato in commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama lo scorso aprile, negli ultimi giorni ha ripreso a correre. Con due sedute notturne convocate la scorsa settimana e altre due già in agenda per domani e mercoledì sera, al termine dei lavori dell’Aula, per “smaltire” la montagna di emendamenti con cui le opposizioni avevano provato a seppellirlo, più di 1.400.

Con in mente un traguardo preciso: chiudere la fase in commissione in poche settimane, in tempo per portare il provvedimento in Aula – come da calendario – nella prima settimana di marzo. E nella migliore delle ipotesi, incassare il primo semaforo verde entro fine mese. Se serve, anche ricorrendo a qualche accorgimento per non allungare i tempi, come il famigerato “canguro” (che accorpa gli emendamenti simili e una volta bocciato uno, li fa decadere tutti). «Di fronte alla valanga di emendamenti presentati in molti casi solo per fare ostruzionismo, ho fatto presente che se non si riesce a chiudere in commissione sarò costretto a usarlo», spiega al Messaggero il presidente meloniano della Affari costituzionali Alberto Balboni.

Insomma: si annuncia battaglia. Perché per le opposizioni il provvedimento è fumo negli occhi. Il testo prevede che nei comuni sopra i 15mila abitanti venga eletto sindaco al primo turno chi supera non più la soglia del 50%, come avviene dal 1993, ma del 40. Di fatto, eliminando il turno di ballottaggio tra i due candidati più votati. E riconoscendo al vincitore con almeno il 40% un premio di maggioranza in consiglio del 60%. Una mossa che per FdI e il centrodestra è necessaria, in tempi di astensionismo galoppante, per evitare «ribaltoni». Ossia che il candidato sindaco più votato, che però non raggiunge la soglia del 50%, venga poi battuto al secondo turno (quando in genere l’affluenza si abbassa ancora di più) da chi magari in numeri assoluti prende meno voti di lui. Nel testo del ddl si citano gli ultimi casi: quello di Campobasso nel 2024, quando l’aspirante sindaco di centrodestra arrivato in testa al primo turno con 12mila voti (e il 47,9%) fu poi battuto al ballottaggio dalla rivale di centrosinistra, che al secondo ne prese soli 10mila. Oppure il voto a Udine nel 2023, stesso copione: 19mila voti al primo turno al candidato del centrodestra, battuto al secondo dal centrosinistra (a cui al ballottaggio ne bastarono 18mila).

Gli emendamenti

Mentre per le opposizioni la riforma servirebbe solo a eliminare il voto a doppio turno, che – almeno storicamente – ha sempre premiato più la sinistra che al destra. E così il Pd torna sul piede di guerra. «Una riforma del genere, con i livelli record di astensionismo che stiamo sperimentando, darebbe un colpo mortale alla rappresentatività», attacca il dem Andrea Giorgis. «C’è il rischio che una minoranza esigua controlli un ente locale. Chi vince col 40%, se va a votare meno della metà degli aventi diritto come è successo alle ultime regionali, rappresenta solo il 15-20% dei cittadini. Un premio del 60% rappresenterebbe una sproporzione gravissima». Ecco perché i dem hanno presentato una caterva di emendamenti, «oppositivi sì, ma di merito». Che vanno tutti nella direzione di tenere in vita il ballottaggio, che resterebbe ad esempio anche in caso di distanza ridotta tra i primi due classificati o in caso la partecipazione alle urne scenda sotto una certa soglia. La discussione riprenderà domani sera. Ma il timore, tra le file delle opposizioni, è che la maggioranza stavolta voglia correre sul serio. Così come su un’altra partita, in questo caso cara alla Lega: quella sui Lep, i livelli essenziali delle prestazioni necessari per concedere l’Autonomia differenziata alle regioni del Nord che ne hanno fatto richiesta. Due battaglie destinate, nelle prossime settimane, a scaldare parecchio il clima a Palazzo Madama.


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