ROMA La macchina della presidente del Consiglio arriva a Palazzo Chigi alle 12.05. Uscirà di lì un’ora dopo o poco più. Il Cdm, convocato la mattina stessa — con la metà dei ministri ancora a Milano per via della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali — serve a sancire un passaggio formale quanto obbligato: l’integrazione del quesito referendario alla luce dell’ordinanza della Cassazione che ha detto sì alla proposta di formulazione avanzata dal comitato per il No composto da 15 giuristi.
Nessuno stravolgimento sul testo già adottato, ma «integrazioni»: vale a dire riferimenti esatti agli articoli della Costituzione che saranno modificati dalla riforma Nordio. Non cambiano, invece, le date scelte per il ritorno alle urne — 22 e 23 marzo — malgrado le minacce di nuovi ricorsi da parte del fronte del no. Una «mossa politica», rivendicano i più vicini a Giorgia Meloni, messa in atto, però, solo dopo l’interlocuzione con il Colle.
Il colloquio
Nel colloquio con la premier, il presidente della Repubblica ha riconosciuto la soluzione avanzata come quella giuridicamente migliore, proprio alla luce dell’ordinanza emessa dagli Ermellini: non muta l’oggetto della richiesta di referendum — che è stato già regolarmente indetto secondo le procedure vigenti — ma si dispone l’integrazione del quesito. Tant’è: la firma al nuovo decreto da parte Colle arriva già nel pomeriggio.
La riprova che le ragioni di Chigi si muovano nel solco del diritto è anche nelle parole di cautela spese dai promotori del nuovo quesito. Che sì, per bocca del loro portavoce Carlo Guglielmi, lamentano una «forzatura», ma insistono pure nel dire che ora la «battaglia non deve essere sulla data, ma sull’esito referendario». Alle spalle dei giuristi c’è già un ricorso al Tar non andato a buon fine. Se è difficile immaginarsi un esito diverso con un nuovo appello, non meno intricata e incerta è la via del ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione di competenze. Incognite che rischiano di togliere tempo ed energie alla campagna attiva. D’altra parte, per gli stessi giuristi, pure l’aggiornamento del quesito ha il sapore della «vittoria»: «Quel che è certo è che in futuro il governo sarà più prudente e darà importanza alla raccolta popolare», spiega il loro legale.
La polemica politica
Se la questione, dal punto di vista tecnico, viene sbrigata in un Cdm che si prolunga per poco più di mezz’ora, sono i suoi riflessi politici a produrre l’ennesimo stuolo di polemiche, al punto da costringere il Colle a intervenire per ribadire il rispetto verso la Cassazione. L’input parte dall’azzurro Enrico Costa: è lui il primo a segnalare la presenza, all’interno dell’ufficio per il referendum della Cassazione che ha deciso il cambio del quesito, di Alfredo Guardiano, tra i relatori di un convegno per le ragioni del no al referendum.
Assist da cui riparte il meloniano Galeazzo Bignami, ma con un’aggiunta. Oltre a Guardiano, nelle stesso ufficio, il capogruppo punta «Donatella Ferranti, ex deputata Pd e presidente della Commissione Giustizia fino al 2018». Da qui l’affondo del capogruppo Fdi alla Camera: «In Cassazione sono già schierati per il no. La decisione di cambiare il quesito conferma che la riforma della giustizia è una necessità». Eccola, la miccia che fa scoppiare la polemica: di accuse «inqualificabili» parlano i dem, di «sgarbo ai cittadini», il M5S e, ancora, di «ennesimo attacco alla magistratura» i rappresentanti di Avs.
Nell’arena entra pure l’Unione delle Camere penali, dell’idea che sia una «fatto grave e preoccupante» che nell’elenco dei giudici che hanno deciso sul quesito ci siano magistrati attivi nella campagna o con un passato politico alle spalle. Il Pd replica anche a loro: «Un attacco a testa bassa alla Cassazione», lo bolla l’ex ministro Andrea Orlando. Dalla parte della Cassazione anche l’Anm, per cui le dichiarazioni dell’Unione delle camere penali» sono «inaccettabili», perché «lesive della immagine e del ruolo della Corte di cassazione, di cui l’Ufficio centrale è articolazione».
A dare man forte a Bignami arriva anche Giovanni Donzelli, a riprova che quella del capogruppo è tutt’altro che una posizione isolata. Il responsabile Organizzazione di Fdi pubblica la locandina dell’evento sul “no” nel quale parteciperà Guardiano, e incita gli elettori: «Se voteremo sì, la giustizia cambierà».
La decisione assunta dal Palazzaccio, oltre a essere rimasta indigesta dalle parti di via della Scrofa, non è piaciuta neppure all’interno del governo, dove pure è stata letta come «un precedente pericoloso». Anche perché, fa notare qualcuno, il quesito del referendum confermativo della riforma Renzi non esplicitava «nessuno degli articoli costituzionali» oggetto di modifica.
Anche da qui sarebbe maturata la volontà «politica» di evitare un rinvio di pochi giorni — al 29 marzo — ipotizzato dal Guardasigilli in un’intervista al Corriere. Fuori dalle beghe partitiche, il monito del Colle: «Bisogna rispettare la Cassazione e le sue decisioni».
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