28.10.2026
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Politics

sì al nuovo quesito. Possibile ricorso e la data del voto rischia di slittare


Stupore, sbigottimento. E – per ora – silenzio, in attesa di studiare bene le carte e capire come muoversi. È un colpo di scena il verdetto della Cassazione che nel tardo pomeriggio rimbalza tra le stanze di via Arenula e Palazzo Chigi. Nessuno si sbilancia, ma la percezione è che il referendum sulla giustizia rischi di trasformarsi in un gioco dell’oca. Col pericolo di tornare alla casella di partenza, o quasi. Potrebbe infatti slittare la consultazione popolare sulla separazione delle carriere e la riforma del Csm prevista per il 22 e 23 marzo. Ieri l’ufficio centrale per il referendum della Suprema corte ha accolto un nuovo quesito, proposto dai 15 giuristi del comitato per il No che avevano promosso la raccolta firme sul ddl targato Carlo Nordio e raggiunto in poche settimane le 500mila sottoscrizioni. E ha stabilito che quella formulazione è migliore del testo proposto dai parlamentari, che gli Ermellini avevano già accettato il 18 novembre scorso accogliendo le richieste di referendum di maggioranza e opposizione. 

LE SCHEDE

Risultato? Sulle schede andrà stampato il nuovo quesito, quello proposto dai giuristi. Che in realtà differisce dal primo solo per un dettaglio: si citano gli articoli della Costituzione modificati dalla riforma, non riportati nella precedente formulazione. Questione di lana caprina, per i non addetti ai lavori, anche perché – sbuffano dal centrodestra – «nessuno decide come votare in base al quesito». L’effetto però è dirompente, almeno per la maggioranza che puntava ad accorciare i tempi: il referendum può slittare, forse di qualche settimana. 
Il campo per la verità è inesplorato, tutto ancora in forse. Non esistono precedenti di un testo cambiato in corsa, perché in tutte le consultazioni precedenti negli ultimi 20 anni il governo aveva atteso il termine di 90 giorni per la raccolta delle firme prima di convocare le urne. Stavolta invece ci si è mossi sulla scorta dell’ordinanza della Cassazione che accoglieva la richiesta di referendum presentata dai parlamentari, in anticipo rispetto al passato. Un rischio che, prima di firmare il Dpr per indire le urne, il Quirinale aveva evocato, ammonendo il governo che – per quanto la procedura fosse ritenuta corretta in base alla legge – accelerando i tempi c’era il rischio di trovarsi a dover ristampare le schede. 

E ora che succede, dunque? A via Arenula si riservano di esaminare a fondo le motivazioni del verdetto di ieri, anche per capire se la Cassazione stessa indichi una procedura da seguire, una via per uscire dall’impasse. Il testo dell’ordinanza, per la verità, non sembra far cenno a procedure, limitandosi a formulare «il nuovo quesito» e a dare atto che «si intende venuto meno» il precedente. Al governo si studiano le carte, che la Cassazione ha inviato a Palazzo Chigi, al Quirinale e alla Corte costituzionale. Lo stesso fanno i comitati per il Sì, compreso quello promosso dalla Fondazione Einaudi. E le strade che sembrano profilarsi a questo punto sono due. 

LE OPZIONI DEL GOVERNO

Stando a una prima interpretazione, l’esecutivo potrebbe correggere il quesito in corso d’opera, puntando sul riconoscimento di un «errore materiale». In sostanza accettare la nuova formulazione senza ritoccare le date. La mossa più semplice, se non fosse per il fatto che una decisione del genere rischia di aprire la strada a un nuovo ricorso dei 15 giuristi del No. Da tempo convinti che l’esecutivo avrebbe dovuto aspettare i tre mesi della raccolta firme. Il Tar del Lazio aveva dato loro torto, bocciando la richiesta di sospensiva, gli Ermellini invece hanno fatto segnare loro un punto. L’altra strada, meno impervia da un punto di vista giuridico ma di certo più lunga e ardua politicamente, è quella di rimandare tutto. Indire un nuovo referendum, con il nuovo quesito. Per farlo va riunito il Consiglio dei ministri, poi va informato il presidente della Repubblica. E va fissata una data tra i 50 e i 70 giorni successivi. Difficilmente, insomma, prima del 29 marzo, giorno che però era già stata escluso perché coincide con la domenica delle Palme. Quella successiva, il 5 aprile, è Pasqua. Motivo per cui si finirebbe con ogni probabilità alla metà del mese. 

Col rischio – o l’opportunità a seconda dei punti di vista – che gli equilibri a favore del Sì o del No possano cambiare, nel frattempo. Specie se, come sostengono le opposizioni, il fronte dei contrari alla riforma si va ingrossando di settimana in settimana. E dunque più passa il tempo, più il vantaggio che i sondaggi attribuiscono al Sì rischia di assottigliarsi. Un rebus difficile da districare, ma che il governo sarà presto chiamato a sciogliere. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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