29.10.2026
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Economy

«Scortiamo le navi a Hormuz», la mossa Usa per salvare il petrolio


Era già successo in passato, ai tempi degli attacchi degli Houti. E ora più che mai The Donald è pronto a usare ogni mezzo, la garanzia di una scorta e polizze “leggere” contro i rischi, pur di evitare uno choc energetico (e in particolare prezzi del petrolio oltre 100 dollari al barile) e sbloccare le 150 petroliere bloccate attorno allo stretto di Hormuz, uno snodo cruciale soprattutto verso l’Asia per il petrolio e il gas, ma anche per i fertilizzanti, i prodotti raffinati e l’alluminio.

Ma arriverebbe a oltre 3.000 in tutto, il numero delle navi bloccate nei porti del Golfo Persico in attesa di attraversare lo Stretto di Hormuz, secondo i dati dell’azienda di servizi marittimi Clarksons Research riportati dal Wall Street Journal. Si tratta a quanto pare del 4% del tonnellaggio navale mondiale. La stessa Organizzazione marittima internazionale ha invitato le compagnie di navigazione a evitare la regione dello Stretto. Almeno cinque petroliere sono state danneggiate, e due membri del personale sono stati uccisi. Mentre a descrivere nel dettaglio la paralisi sono le cifre delle 241 navi portarinfuse, delle 195 petroliere di prodotti raffinati, delle 114 portacontainer, delle 112 petroliere di greggio e delle 6 navi da crociera. Mentre circa 500 navi vuote attendono nei porti.

L’intervento

«Se sarà necessario gli Stati Uniti scorteranno tutte le petroliere nello stretto di Hormuz», ha fatto dunque sapere con un post su Truth il presidente americano ordinando. Con tanto di ordine «con effetto immediato», «allo United States Development Finance Corporation di fornire, a un prezzo molto ragionevole, un’assicurazione contro i rischi politici e garanzie per la sicurezza finanziaria di tutto il commercio marittimo in particolare energetico, che attraversa il Golfo».

Una mossa a sorpresa che spera di disinnescare l’esplosione anche dei costi di noleggio e di assicurazione delle grandi navi esportatrici e a salvare i prezzi del petrolio. I costi delle superpetroliere hanno toccano il record storico di 423mila dollari al giorno. Mentre le compagnie di assicurazione marittima oltre ad aumentare alle stelle le tariffe, in alcuni casi stanno annullando la copertura per le petroliere che attraversano l’area. Non solo, una banca d’affari autorevole come JP Morgan ha calcolato anche i danni irreparabili di uno stop prolungato. Senza una riapertura entro 21 giorni dello Stretto i pozzi del Golfo dovranno chiudere, ha detto, con riferimento all’autonomia degli stoccaggi.

Di qui la decisione di Trump di intervenire per evitare il suo peggiore incubo a una manciata dalla elezioni di “Midterm”: che l’operazione in Iran si trasformi in un boomerang soprattutto sui prezzi della benzina tanto cari agli americani. Intanto, gli effetti dello stop delle esportazioni di Gnl dal Qatar e dagli Emirati arabi uniti si stanno già sentendo sui mercati. È partita la grande corsa, tra Asia ed Europa, per accaparrarsi in Gas naturale liquefatto necessario a sostituire il gas che potrebbe non arrivare più per settimane passando dallo stresso. Secondo i calcoli di Oxford Economics in caso di blocco prolungato dello stretto potrebbero mancare nel mondo circa 86 miliardi di metri cubi di Gnl, a fronte di «cuscinetti» pari quasi a zero, dicono gli esperti, che non esitano a parlare di situazione di stress per il gas.

La folla

A bloccare le petroliere prima dello Stretto non è solo il proclama ufficiale di chiusura o le minacce in sè di attacco. Sono, appunto, i costi proibitivi legati ai rischi di guerra ad aver fermato più di tutto il flusso. Secondo il Joint Maritime Information Center, dall’1 marzo sono transitate appena tre petroliere rispetto alle 50 registrate il giorno precedente: -94% in 24 ore. Anche il traffico cargo ha subito un drastico ridimensionamento, scendendo da 98 a 16 navi rispetto a una media giornaliera di 138 transiti. Ma i grandi vettori internazionali hanno già comunicato dalle ore dell’attacco di aver sospeso il traffico nell’area del Mar Arabico settentrionale. Siamo all’epicentro di una crisi logistica senza precedenti che ora Trump sta provando a disinnescare.


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