Nel teatro del carcere di Rebibbia le luci non si spengono del tutto quando la band guidata da Laurenti e Mattioli inizia a suonare in ricordo di Califano. È l’inizio di un pomeriggio che si muove a ritmo di musica, per cercare di lasciare un segno in quei cuori celati come il marmo. L’inizio di un pomeriggio che sembra socchiudere quelle porte di ferro, sempre così ostinatamente serrate. La musica, in fondo è una delle poche cose che lì dentro ha ancora il potere di fare breccia. Ha una forza che poche altre cose possiedono. Entra nell’anima, la afferra, la scuote. Riporta alla mente ricordi lontani, di quando la vita non si consumava dentro una cella. Di quando una scelta era ancora possibile. Tocca corde che lì dentro restano assopite, mentre prova a risvegliare qualcosa che si rischia di dimenticare: che là fuori c’è vita. E così, mentre Mattioli dà voce a Califano, tra i detenuti scorre un’aria diversa. Un’aria dal sapore di vita. Una vita spezzata, rimasta fuori dalla porta ad aspettare mentre il tempo scorre, inevitabile.
Due ore per respirare.
Due ore per fingere che la vita sia facile.
O due ore per ricordarsi che, nonostante tutto, di tempo per cambiare ce n’è ancora.
Un’illusione fragile in teatro. Le poltrone sembrano quelle di una platea qualunque, le mani battono a ritmo, le voci si intrecciano. Poi, all’improvviso, il velo di Maya si solleva. Nessuno può illudersi che il male non esista o che basti una canzone a cancellarlo. Eppure, mentre le note scivolano tra le file, per un attimo quella durezza sembra sgretolarsi. Una seconda possibilità appare quasi credibile. D’altronde è proprio questo lo scopo dell’associazione “Seconda Chance” che ha portato lo spettacolo a Rebibbia: dare una seconda possibilità a chi ha sbagliato o a chi, dalla vita, di possibilità non ne ha avuta neanche una. Ma l’associazione no si ferma ai momenti di svago. Riesce a fare di più. Trovando lavoro a detenuti, affidati ed ex detenuti, riesce ad aprire veramente le porte ad una nuova vita all’insegna della legalità.
In quella sala, in cui è presente anche Gianni Alemanno che dal carcere pubblica periodicamente il suo diario, Franco Califano non sembra poi così distante. Quasi uno di loro. Uno che ha sbagliato e ha pagato. Che quella vita al margine l’ha respirata davvero.
È con Semo gente de borgata che la sala splode. Le voci diventano un coro. La conoscono tutti, come fosse l’inno di un passato che scorre ancora sotto la pelle:
«Semo nati da povera gente, è la nostra realtà…
La speranza nun costa niente…
Quanta gente c’ha tanti soldi e l’amore no…
E stamo mejo noi che nun magnamo mai…»
120 minuti, quelli offerti dalla band, che si consumano in fretta. E quando tornano le luci, resta la domanda: è servito davvero? Quella passione vista sul palco è riuscita veramente ad entrare in quelle anime che sembrano di acciaio? Impossibile dirlo. Con qualcuno sì, con altri no. Ma forse non importa. A volte basta toccare una sola anima per poter dire di avercela fatta.
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