28.10.2026
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«Questo tipo di corsi è già obbligatorio impatterà su ogni tipo di lavoro futuro»


Non è più tempo di demonizzare, anzi. L’intelligenza artificiale non è il futuro ma il presente. Strumento entrato in sordina dalla finestra e che ora “sale” in cattedra. «È importante capire che l’IA sta cambiando tutto anche i processi di apprendimento e il modo in cui dovremmo insegnare», ammette il professor Giuseppe Italiano, prorettore alla AI e alle Digital Skills della Luiss.

In che modo può cambiare la didattica?

«Può aiutare anche noi, perché offre strumenti per mettere in pratica un nuovo modello educativo. L’ateneo si è già mosso, da un anno si tengono corsi obbligatori per tutte le lauree magistrali, perché crediamo che indipendentemente dalla scelta professionale l’intelligenza artificiale impatterà su ogni tipo di lavoro futuro. E saper utilizzare la tecnologia è importante».

Nel dettaglio come viene usata nell’ateneo?

«Integra efficacemente il modo in cui noi facciamo lezione. Esempio: tutti i ragazzi usano ChatGpt e Gemini, fanno spesso domande. La cosa importante è far capire che questi sistemi non devono essere visti come un oracolo che dà la risposta e facilita nel prendere una scorciatoia. Invece ci possono aiutare ad arrivar più lontani nell’apprendimento e a far più cose. Insomma: non mezzi per avere risposte ma per farsi fare domande, migliorare lo spirito critico, non credere ciecamente a tutto ciò che dicono i vari modelli di intelligenza artificiale».

Un docente come la usa?

«Posso avere uno strumento che mi permette di sapere cosa consultano gli studenti e osservando ciò che domandano farmi un’idea di quel che chiedono a una sorta di tutor personalizzato. Uno strumento né positivo né negativo, dipende dall’uso che ne facciamo. Crediamo sia importante far capire come usare bene questi strumenti, mentre noi possiamo migliorare il processo di apprendimento. Basta sia chiaro il messaggio: non un oracolo per ottenere un risposta facile ma un modo per farmi domande. Andare più lontano, non prendere la scorciatoia».

Ma i ragazzi sono pronti?

«Vedo che escono dalla scuola secondaria superiore con dei messaggi non chiarissimi. Per molti sono strumenti da vietare, ma vietare le cose non è probabilmente la soluzione anzi sappiamo che le rende ancora più appetibili… La chiave è un’altra: saper utilizzare bene questi strumenti è importante per il futuro professionale, avranno una marcia in più rispetto a chi non li usa o li usa male».

Concretamente lei che uso ne fa?

«Ho un agente AI a cui dò tutte le mie lezioni, lo addestro sul materiale didattico e gli studenti possono interagire con lui per fare domande e ottenere risposte, capire come è stato spiegato un concetto li aiuta a studiare meglio. Anche perché credo che nell’Università abbiamo ancora un insegnamento tradizionale in cui c’è una comunicazione che va dal docente verso gli studenti, mentre si impara più da un dialogo che da un monologo, da un discussione con più persone. Da qui la potenzialità di un dialogo con un tutor: io uso queste tecnologie, spiego dei concetti poi chiedo all’agente AI cosa ne pensa, se dà visione diversa ne discutiamo. Questo stimola l’apprendimento».

Dunque il tutor aiuta nella “didattica”.

«Un approccio nuovo che si fa già a Oxford e a Cambridge. Ripeto: cerchiamo di usare tecnologie di intelligenza artificiale per ottenere risultati pedagogici migliori».

Quali rischi per gli studenti?

«Se questi strumenti vengono adottati senza approccio critico, perderanno la capacità di saper fare cose senza avere sempre un appoggio, una scorciatoia. Dipende dal docente, saper portare in aula un punto di vista diverso per stimolare uno spirito critico e non per delegare le proprie capacità cognitive».


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