Soltanto nell’ultimo mese il prezzo dei Future sulla CO2, e quindi il valore dei permessi che in Europa devono pagare le imprese che inquinano, sono scesi di quasi il 19%. Dai massimi di metà gennaio, quando il carbonio era quotato oltre 80 euro, il prezzo è sceso sotto i 70 euro a tonnellata, ai livelli di maggio dell’anno scorso. E non è un caso, evidentemente. Ad abbattere i prezzi è stato l’intensificarsi delle pressioni politiche e industriali per una revisione di un mercato, nato come pilastro delle politiche green europee, che ha finito per pesare sull’industria Ue nel pieno della crisi energetica, lamentano un po’ in tutta Europa e l’Italia in primis. Nel 2023 si sono sfiorati i 100 euro per tonnellata, anche sotto la spinta della speculazione oggi chiamata in causa anche dalla premier, Giorgia Meloni.
Le pressioni, politiche e non, si sono intensificate dopo il recente Consiglio europeo informale sulla competitività, ad Alden Biesen, in Belgio, e dopo il summit delle industrie ad Anversa. Ma già a fine anno la presidente della Commissiomne, Ursula von der Leyen aveva parlato di una riforma necessaria dello strumento pur riconoscendone «i benefici» di fondo.
Come funziona
L’obiettivo del mercato alle origine, va ricordato, era quello di spingere le imprese a inquinare meno e a promuovere le strategie di decarbonizzazione. Nello stesso tempo, gli incassi di queste aste, nelle intenzioni, era vincolato all’utilizzo in misure e nuovi strumenti green. Nel dettaglio, l’Ets prevede che industrie pesanti, centrali elettriche, compagnie aeree e di navigazione paghino un prezzo per ogni tonnellata di CO2 emessa, al fine di incentivare gli investimenti in efficienza energetica e fonti rinnovabili. Nello stesso tempo, una quota (progressivamente sempre minore nel tempo) di permessi di CO2 è stata distribuita gratuitamente alle aziende per sostenerle. Ma, attenzione, in base alle norme attuali, i permessi a titolo gratuito dovrebbero essere eliminati gradualmente entro il 2034 e a partire proprio da gennaio del 2026. Speculazione a parte, finora il prezzo della CO2 è aumentato gradualmente, proprio perché ogni anno si riduce il numero di permessi di emissione disponibili sul mercato.
Il punto è che il valore dell’Ets pesa, ai valori di oggi, quasi 35 euro per megawattora su un Prezzo unico nazionale attualmente fotografato a quota 102 euro per Megawattora (mentre nelle prime settimane di febbraio è oscillato intorno a 120 euro per Megawattora con uno spread ben più ampio). Un calcolo che si fa considerando che un Megawattora prodotto da una centrale termoelettrica a ciclo combinato emette un po’ meno di mezza tonnellata di C02.
Le opzioni
Ora, la richiesta che arriva soprattutto dall’Italia, ma ormai anche altrove dall’Europa, è che almeno si sospenda, in attesa della revisione, un sistema Ets che potrebbe, nelle intenzioni di chi la reclama, rilanciare la competitività delle imprese Ue nel mondo.
In effetti, un sistema del genere, così costruito, esiste solo in Europa. La Cina ha il suo, ma ben diverso come impatto. Si tratta però di una revisione da studiare con cura, evidentemente, all’interno dei meccanismi già previsti dalla Direttiva europea da cui nasce lo stesso sistema Ets. Va ricordato infatti che per anni, dal 2008 al 2017, avevamo prezzi della CO2 tra i 4 e 5 euro per Megawattora, considerati anche troppo bassi. «Il sistema contro le emissioni ha fallito», si diceva allora. C’era troppa offerta, esattamente il contrario della situazione attuale.
Ecco perché, il sistema fu corretto inserendo degli strumenti correttivi, di aggiustamento. Fu introdotta, in particolare, la cosiddetta “riserva di stabilità” richiamata recentemente da von der Leyen. Basta per esempio intervenire politicamente su questa riserva per abbattere ora i prezzi, dicono anche gli esperti. Si tratta di un meccanismo introdotto nel 2014 proprio per far aumentare i prezzi troppo bassi. Perché non utilizzare questo stesso meccanismo per aumentare l’offerta? Non solo. C’è un’altra leva utilizzabile: quella del rinvio dello stop ai permessi gratuiti previsti dal 2034 e già iniziato a gennaio. Rinviare la scadenza può essere una prima scelta di buon senso senza buttare via o sprecare il lavoro avviato dalla Commissione oltre 25 anni fa, con tanto di obiettivi sulla decarbonizzazione. Il compromesso con la competizione delle imprese è possibile.
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