Martedì prossimo Ursula von der Leyen sarà a Nuova Delhi. Assieme al premier indiano Narendra Modi dovrebbe annunciare che l’Unione europea e l’India hanno trovato l’intesa politica su un prossimo trattato commerciale. Un patto che metterà assieme un mercato da quasi 2 miliardi di abitanti, sommando gli 1,4 miliardi di indiani e gli oltre 450 mila europei.
La federazione indiana è anche per l’Italia una delle mete prioritarie nel piano d’azione messo a punto dalla Farnesina per sostenere il made in Italy e che ha nella cosiddetta «via del cotone» il suo corridoio naturale per portare le merci dall’Italia verso il Subcontinente e viceversa.
Nel 2024 l’interscambio tra i due Paesi è stato di 14 miliardi, di euro; quello tra India e Ue ha sfiorato quota 130 miliardi di euro. L’obiettivo del governo, ha ricordato Deloitte in un’analisi diffusa ieri, è far salire la cifra a 20 miliardi di euro entro il 2029, aprendo nuove strade per le aziende italiane. Manifattura, bioeconomia e infrastrutture sono alcuni dei campi nei quali le imprese del Made in Italy potrebbero trovare le maggiori opportunità.
Il patto commerciale con Delhi si inserisce nel solco delle intese sulle quali Bruxelles ha lavorato e sta lavorando. Il recente accordo con i quattro Paesi del Sud America che fanno parte del Mercosur (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay) è l’ultimo della serie, sebbene la firma stia sollevando proteste, in particolare dal mondo agricolo.
«Dobbiamo capire quanto è fondamentale mettere in condizioni gli accordi come quello con il Mercosur di poter funzionare», ha spiegato ieri il vicepresidente esecutivo della Commissione, Raffaele Fitto, nel suo intervento all’anteprima del New Year’s Forum 2026, in agenda il 28 e 29 gennaio.
In passato, ha ricordato, «abbiamo avuto un dibattito duro sugli accordi commerciali con il Canada, ma dal 2017 a oggi l’Europa ha avuto un +66% sull’esportazione dei beni e +51% sui servizi». Guardando soltanto all’Italia, ha evidenziato ieri Sace, società pubblica di assicurazione dei crediti per l’internazionalizzazione delle imprese, l’export italiano verso i mercati emergenti è cresciuto a un ritmo più sostenuto rispetto a quello verso i mercati maturi. Il primo ha registrato una 6,6% medio annuo, il secondo del 4,2%.
L’attenzione è quindi tutta rivolta al Medio Oriente, all’India, al Sudest asiatico, i cui dieci Paesi riuniti nell’Asean già costituiscono un mercato unico in grande espansione. I dati dell’Unctad, la conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, fanno emergere ad esempio l’aumento dei flussi tra i grandi blocchi di Cina, Stati Uniti e l’Unione europea verso il Vietnam. La concorrenza quindi si sposta verso i mercati con classi medie in crescita e non soltanto sui grandi numeri degli Usa e della Repubblica popolare.
Le rassicurazioni
Proprio la Cina cerca ora di proporsi come destinazione per le merci internazionali. «Non cerchiamo il surplus», ha spiegato He Lifeng, vicepremier cinese e plenipotenziario di Pechino per l’economia, parlando dal pulpito del palco di Davos dell’ineludibilità della globalizzazione. «Oltre a essere la fabbrica del mondo auspichiamo anche di diventare il mercato del mondo». Parole dette per rassicurare le cancellerie europee spaventate che la capacità produttiva cinese, non trovando adeguato sbocco sul proprio mercato interno e sul mercato statunitense, si riversi in Europa, minando la competitività delle aziende Ue. La Repubblica popolare ha sfiorato i 1.200 miliardi di dollari, la priorità a Zhongnanhai, sede del potere a Pechino, è far vedere che la seconda economia al mondo è aperta agli scambi globali, non soltanto come esportatore, ma anche come «gigante dei consumi».
Pechino, ha ricordato, «ha messo la domanda interna al centro delle priorità economiche di quest’anno». Soprattutto, He ha voluto sottolineare davanti alla platea di ceo mondiali, «vuole incoraggiare l’entrata di prodotti di qualità nel mercato locale».
I più recenti dati delle dogane cinesi possono alimentare le paure dei governi dei 27. La Germania ha visto raddoppiare il proprio disavanzo commerciale verso la Cina. Allo stesso tempo Pechino è ancora un mercato da 1,4 miliardi di abitanti e una classe media in continua espansione. La Repubblica popolare è anche vista come uno delle destinazioni chiave della strategia italiana sull’export. A ottobre Pechino rappresentava circa il 2,2% delle esportazioni italiane del 2024 e si posizionava al decimo posto tra i mercati di sbocco del Made in Italy, il secondo extra-Ue dopo gli Stati Uniti.
Gli spazi di azione quindi ci sono. I Paesi Bassi hanno visto aumentare dell’8,8% le esportazioni verso la Cina. Nel Sudest asiatico cresce, in valore, l’export da Singapore e dalla Thailandia. I cinesi hanno inoltre aumentato le importazioni dal Sud Africa, dal Brasile, dalla Nuova Zelanda e dall’India. Il commercio prende nuove vie.
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