Da un lato, la spinta nel primo trimestre sul Pil migliore delle aspettative; dall’altro un rallentamento nel secondo periodo meno marcato, nonostante la guerra in Medio Oriente in atto, le ripercussioni sulle materie prime (il prezzo del Brent ha avuto un picco fino al 60 per cento, il gas oltre il 90 per cento) e la ripresa dell’inflazione. Di fronte a questo scenario, Banca d’Italia ha rivisto al rialzo le stime per il prodotto interno lordo del 2026: a fine anno il Paese potrebbe crescere fino allo 0,6 per cento, cioè un decimale di punto in più rispetto alle precedenti previsioni. Lo si evince nell’ultimo Bollettino economico, diffuso ieri da Palazzo Koch.
Nel testo, infatti, si legge: «L’economia italiana è cresciuta nel primo trimestre, ma avrebbe rallentato nel secondo. Nei mesi invernali il Pil ha continuato a espandersi a un ritmo moderato (0,3 per cento), sono aumentate le esportazioni di beni e servizi, gli investimenti sono ancora saliti e i consumi hanno accelerato». Invece, «nei mesi primaverili, segnati dal conflitto in Medio Oriente, l’accumulazione di capitale si sarebbe attenuata e i consumi delle famiglie avrebbero decelerato». Da registrare un ampliamento del disavanzo energetico dell’Italia. Sempre nello stesso periodo, Sono «pressoché costanti nonostante la flessione delle vendite in Medio Oriente» i volumi dei beni esportati. Quindi, proprio «considerando il migliore andamento nel primo trimestre rispetto a quanto inizialmente atteso, la crescita del Pil aumenterebbe quest’anno allo 0,6 per cento», anche sull’onda della «revisione dei conti trimestrali diffusa dall’Istat lo scorso 29 maggio».
Di fronte a questo quadro, Banca d’Italia consiglia di porre attenzione allo scenario mediorientale. La prosecuzione del conflitto e una stretta sui passaggi dallo stretto di Hormuz «potrebbero aumentare le pressioni inflazionistiche» e avere «impatti negativi particolarmente pronunciati sulla crescita».
Sicuramente gli effetti di questa crisi costringono a rivedere le stime sull’inflazione, che a giugno è tornata al 3 per cento. Secondo la Banca d’Italia, finora, «l’impatto sulle bollette di elettricità e gas dei rincari causati dalla crisi mediorientale è stato contenuto». A frenare gli effetti del conflitto sul capitolo energia sia una maggiore diversificazione sui rifornimenti di petrolio e gas rispetto al passato sia, soprattutto, gli interventi del governo per «ridurre temporaneamente le accise sui carburanti». Gli economisti di via Nazionale, però, hanno ipotizzato nelle loro proiezioni di giugno che «l’inflazione al consumo salirebbe al 3,1 per cento nella media del 2026, riflettendo principalmente il rialzo dei prezzi dell’energia; tornerebbe al 2 per cento nel biennio successivo».
Si conferma positivo anche sul medio termine il trend sul fronte occupazionale: si creano nuovi posti sulla spinta delle opere e del settore privato, «il tasso di disoccupazione è ulteriormente diminuito, raggiungendo un nuovo minimo storico», mentre è «stabile» la partecipazione al mercato del lavoro. «Moderata», poi la crescita delle retribuzioni contrattuali, che sconta l’aumento dei pezzi ma beneficia dei rinnovi contrattuali. Da sottolineare poi che «tra febbraio e maggio il credito alle imprese ha accelerato, mentre la dinamica positiva dei prestiti alle famiglie si è confermata stabile». Sul fronte della produzione, la manifattura accelera più dei servizi.
Gli impatti
In ogni caso, più profondo l’impatto della guerra nel resto del mondo, Europa in primis. «La crisi mediorientale — segnala Banca d’Italia — ha peggiorato le prospettive per la crescita e l’inflazione nell’area dell’euro. Nei primi tre mesi dell’anno il Pil dell’area «è salito, al ritmo moderato dei trimestri precedenti (0,3 per cento), al netto delle straordinarie oscillazioni dell’attività in Irlanda. Le ostilità nel Golfo Persico hanno avuto nei mesi primaverili un impatto negativo sul prodotto, che secondo le nostre stime è aumentato in misura modesta». Risultato? L’Eurozona dovrebbe crescere dello 0,8 per cento nel 2026, dell’1,2 nel 2027 e dell’1,5 nel 2028. E la spinta inflattiva dovrebbe far rivedere i piani della Bce su un ritocco sui tassi.
Allargando il focus, si temono forti contraccolpi al commercio mondiale già dal secondo semestre dell’anno. Intanto negli Stati Uniti gli investimenti reggono grazie agli sforzi sulla Ia, mentre la Cina corre grazie all’export, ma la domanda interna si conferma debole.
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