29.10.2026
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Politics

«Ora basta polemiche». Vertice con il ministro Nordio


ROMA A tu per tu. Senza staff e intermediari. Palazzo Chigi, primo pomeriggio di martedì. Giorgia Meloni guarda negli occhi Carlo Nordio nel suo ufficio. Un gabinetto di “guerra” ristretto per la campagna referendaria sulla giustizia. Utile a definire la strategia e a tracciare il percorso a ostacoli che separa il centrodestra dalle urne del 22 e 23 marzo. Possibilmente saltando a piè pari polemiche, schermaglie con i giudici e incomprensioni con il Colle, schivare provocazioni che si trasformano in un attimo in un assist per il fronte del No.

Il vertice

Meloni chiede di stare sui “contenuti” della riforma che promette di separare le carriere di giudici e pm. Di battere semmai il ferro della “malagiustizia”: lo staff della presidente del Consiglio, così come di Nordio e Mantovano, ha preparato un dossier con ben quattrocento casi di “vittime” delle toghe italiane da riversare nell’ultimo miglio di campagna elettorale.

I sondaggi però, con la forbice tra il Sì e il No che continua a restringersi e che in alcuni casi si allarga all’incontrario, consigliano prudenza. Ovvero di “spolicitizzare” per quanto possibile la campagna elettorale. Evitando di scoprire il fianco al centrosinistra tra boutades e uscite al limite. Gli attacchi alla magistratura tout-court, le stilettate quotidiane alle toghe non pagano in termini di consenso, stando alle ultime rivelazioni compulsate dal governo. E se è vero che la partita si giocherà tutta sull’affluenza, meglio comunque raddrizzare il tiro. Promettere con la riforma una “giustizia giusta”, libera dalle correnti sì, ma soprattutto “efficiente” che è quel che preme davvero al cittadino medio.

Meloni detta la linea: «Ora basta polemiche»

Il vis-a-vis Nordio-Meloni, riferiscono al Messaggero, va in scena alla vigilia dell’attesissimo confronto del Guardasigilli con il leader dei Cinque Stelle Giuseppe Conte. Nordio era atteso per un frizzante dibattito in radio da “Un giorno da Pecora”. Ma poco prima di abbandonarsi alle “grinfie” di Geppy Cucciari e Giorgio Lauro (l’ultima volta avevano accolto il ministro con uno spritz) la puntata è saltata per “impegni istituzionali”. Lo attendeva la premier nelle stanze che affacciano su Piazza Colonna per impostare l’ultimo miglio della campagna referendaria. E chissà se è un caso se su quel palco ieri si è presentata una versione più moderata e accorta del solitamente battagliero ministro della Giustizia. Fino a promettere, qualora dovesse passare la riforma cara a Berlusconi, un “confronto con la magistratura” sui necessari decreti attuativi.

Una prudenza doppiamente obbligata. Da un lato i sondaggi che fotografano una certa ritrosia degli italiani per la “guerriglia” fra politica e toghe, a prescindere da chi preme per primo sul grilletto. Dall’altro l’intervento di Sergio Mattarella nell’ultimo plenum del Consiglio superiore della magistratura che ha costretto a ricalibrare toni e metodo della corrida elettorale.

Ieri Nordio non ha presenziato all’inaugurazione della Scuola superiore di magistratura a Castel Capuano, alla presenza del Capo dello Stato, delegando per tempo (pare da più di una settimana) il viceministro azzurro Francesco Paolo Sisto. Segnali.

Meloni da parte sua non ha alcuna intenzione di “smorzare” la campagna elettorale. Vuole anzi metterci la faccia e valuta il blitz sul palco del centrodestra a Milano, in chiusura di campagna. Si ragiona in queste ore se tenere coperta la presenza della premier fino all’ultimo. Nel centrodestra intanto la campagna è entrata nel vivo. Anche se non mancano forti malumori sul diverso impegno profuso dagli alleati per la battaglia giudiziaria.

Le tensioni

Il tema è finito al centro della riunione della segreteria nazionale di Forza Italia ieri mattina a Montecitorio. Lì, nel giro di tavolo tra i big del partito azzurro alla presenza del segretario Antonio Tajani, più di un dito è stato puntato contro la Lega, accusata di non fare abbastanza per sostenere la causa del sì. Defilato, accusano alcuni vertici del partito che fu del Cavaliere, appare Matteo Salvini e così i leghisti sui territori.

Mentre da Fi si preparano a un mese sulle montagne russe, tra “maratone” oratorie davanti alla Cassazione, banchetti e comizi a macchia di leopardo lungo lo Stivale (Elisabetta Casellati, tra i ministri intervenuti, giura di averne organizzati a dozzine solo in Basilicata).

Tant’è. Chi ha sentito Meloni in questi giorni la racconta fiduciosa che il Sì sia in vantaggio sul no e che sia il campo-largo a rincorrere. Ma nel round di riunioni riservate con lo staff e i fedelissimi di Fratelli d’Italia a Palazzo Chigi la premier ha chiesto di ponderare i possibili effetti politici di una vittoria del no. Per farsi trovare pronti, comunque vada.


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