Prima di diventare un nome della nuova gioielleria internazionale, Dries Criel avrebbe voluto fare il ballerino. La danza è stata il suo primo linguaggio, quello che gli ha insegnato la disciplina alla sbarra, la forza del dettaglio, la capacità di leggere il corpo come spazio narrativo. È un passato che non ha mai rinnegato: semplicemente, a un certo punto, si è trasformato. Quando gli infortuni hanno iniziato a ostacolare la carriera accademica, è arrivato il momento di cercare un’altra strada, un altro ritmo. Il futuro è arrivato ad Anversa, città che lo ha accolto dopo l’addio al balletto, più precisamente ad Anversa, capitale mondiale del diamante.
L’ISPIRAZIONE
Qui Criel scopre una dimensione creativa che unisce rigore e immaginazione: frequenta un grande dealer del quartiere dei diamanti, studia le pietre da vicino, osserva le mani degli artigiani, impara a distinguere la qualità non attraverso la perfezione assoluta ma attraverso la luce che una gemma può ristabilire. È un apprendistato silenzioso che lo riporta alla stessa concentrazione richiesta in sala da ballo. E che, lentamente, lo conduce verso la sua prima collezione. Nel 2018 fonda l’omonimo marchio, pensato come un laboratorio personale dove convogliare tutto ciò che aveva imparato: la grazia della danza, la geometria dell’architettura, la simbologia dell’antico Egitto, la pulizia delle forme moderniste.
I RIFERIMENTI
Le sue creazioni non mostrano mai riferimenti letterali, ma sono attraversate da un’energia che richiama gesti coreografici e ritmi ancestrali. «Non uso simboli in modo diretto», ha spiegato Dries Criel. «Preferisco che siano una traccia, un soffio». È questo approccio intuitivo per rendere i suoi gioielli immediatamente riconoscibili. Le forme sono studiate come micro-sculture: linee tese, volumi affilati, curve che sembrano muoversi nello spazio. Le superfici riflettono la luce con un’intensità calibrata, mai ridondante, e ogni angolatura racconta un equilibrio tra tensione e armonia. La collezione Lotus, tra le più emblematiche, condensa questa grammatica visiva: non un fiore, ma un principio di ascesi, un simbolo che diventa architettura indossabile. «I gioielli sono fatti di materiali permanenti, ma contengono emozioni fugaci. Mi piace trasformare questa contraddizione in forma». A colpire è la purezza della geometria, ma anche il modo in cui dialoga con la pelle. Il rapporto con il colore è altrettanto preciso. Le pietre vengono scelte non per opulenza ma per carattere: gialli intensi che ricordano la luce del mattino, verdi boschivi, blu elettrici, zirconi acqua che sembrano vibrare da dentro.
GLI ARTIGIANI
Criel lavora con una rete ristretta di artigiani tra Belgio e Italia: orafi, incastonatori, esperti di smalti. È un sistema costruito sulla fiducia e sulla responsabilità, dove ogni fase del processo è tracciabile. Il suo atelier, un’ex caserma dei pompieri nel cuore di Anversa, restaurata e trasformata in uno spazio essenziale e luminoso, è il luogo dove tutto si ricompone. Qui invita collezionisti, amici, ballerini; qui organizza serate e performance; qui custodisce l’idea di una gioielleria che non è mai solo ornamento, ma parte di un paesaggio culturale più ampio. Le collezioni di alta gioielleria affondano precisamente in questa visione: pezzi che ampliano le forme firmate, che esplorano la fluidità del tempo, che celebrano la luce delle pietre senza ingabbiarle in un discorso decorativo.
Ogni pezzo sembra avere un doppio respiro: quello della materia e quello del gesto che lo ha generato. Il risultato è un linguaggio che appartiene solo a lui, un’estetica autonoma e precisa, al tempo stesso delicata e tagliente. Dries Criel non ha mai davvero abbandonato la danza. Ha solo cambiato palco.
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