Non indosserà più il colletto, non celebrerà la messa, ma – assicura – il suo cuore resterà lo stesso, «finalmente più libero e più vero». Don Alberto Ravagnani, a fine gennaio, aveva comunicato al Vicario generale dell’Arcidiocesi di Milano la decisione di sospendere il suo ministero presbiterale.
Ora, a distanza di qualche tempo, l’ex sacerdote “social” — influencer e sostenitore dell’uso degli integratori -della Parrocchia di San Gottardo al Corso di Milano, spiega in un video su youtube i motivi dietro alla sua decisione.
Alberto Ravagnani e il perché ha lasciato il sacerdozio
Al centro del suo racconto c’è un punto preciso, netto, che Ravagnani non ha cercato di edulcorare: il celibato. «Ho maturato la mia scelta, non è stato un pensiero improvviso, una folgorazione – ha spiegato – essere preti significa cose ben precise, come il celibato.
Di fatto non riuscivo a rispettarlo davvero. All’inizio dicevo che dovevo convertirmi, che era una questione di volontà, poi ho smesso di fingere di doverlo giustificare per forza». Parole che mettono il vincolo del celibato al centro delle motivazioni che lo hanno spinto ad abbandonare il ministero, non come un dettaglio secondario, ma come un nodo irrisolto e strutturale della sua crisi.
Le aspettative
Accanto a questo, l’ex sacerdote parla anche di un peso crescente legato al ruolo e alle aspettative: «Le attese delle persone nei confronti di noi preti sono disumane, come fossimo esseri speciali, angeli scesi dal cielo, programmati per essere buoni. Un’ipocrisia non più sostenibile». E poi il disagio verso l’istituzione: il colletto come “divisa che divide”, la messa come rito che “non parlava più alle persone”, parole pronunciate “incomprensibili e, a volte, discutibili”.
Il pensiero dell’ex prete
Ravagnani racconta anche una distanza sempre più forte da una parte della cultura ecclesiale e dalla dottrina: «Nello stare con altri preti o in contesti di Chiesa faticavo a sentirmi in sintonia con certi modi di pensare. Avevo tanti dubbi. Le domande dei ragazzi mi hanno fatto crollare molte certezze, e così sono andato in crisi».
Da qui la conclusione: «Se essere prete significa questo, faccio fatica a starci dentro. Potrei fare più del bene se non lo fossi più». Una scelta che non coincide con l’abbandono della fede, ma con una sua ridefinizione: «La mia fede c’è ancora, però non sta del tutto nella forma della Chiesa. Sono sereno, porterò avanti la mia missione, seguirò la mia vocazione».
Un addio che non è una rottura emotiva, ma una presa di posizione lucida e dichiarata, in cui il tema del celibato emerge come uno dei fattori centrali e non più negoziabili di una scelta personale che Ravagnani definisce, oggi, come l’unica possibile per restare «più libero e più vero».
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