Guido Crosetto sospira sulle scale che portano all’uscita di Montecitorio avvolto in un trench grigio. «Se votano in pochi è un terno al lotto…». Camera dei Deputati, interno giorno. Soffiano venti gelidi tra Palazzo Chigi e il Quirinale, il capo del Csm, Sergio Mattarella, ha appena lanciato un monito a non ingaggiare una guerra fra poteri dello Stato, a «rispettare» l’organo di autogoverno dei giudici italiani. Ma la guerriglia politica sulla giustizia continua eccome e si accende man mano che il voto del referendum si avvicina.
Un errore, spiega il ministro della Difesa parlando con Il Messaggero. «Non si dovrebbero alzare i toni. Questo è un referendum che si vince col buonsenso, con moderazione, con ragionamento: io sto cercando di fare così». E allora Carlo Nordio? E il Csm “paramafioso?”. «Ah sì, ho sentito le parole del pm Di Matteo, sono sconvolto!» scherza Crosetto mentre passeggia. Poi torna serio. «Nordio? Lo attaccano tutti i giorni, mi pare lo abbiano preso come obiettivo. È una riforma di cui parla da prima di essere ministro, in cui crede fermamente: è più di una battaglia referendaria..».
La corsa a ostacoli
Il ministro della Difesa difende il Guardasigilli nella bufera. Fin qui ordinaria amministrazione. Sul merito e il metodo della riforma della giustizia però ha una sua personalissima opinione. Come anche sul sentiment degli italiani chiamati alle urne. «Sono convinto che se andasse a votare la maggioranza degli italiani vincerebbe il sì». Pausa. «Ma sono anche convinto che andrà pochissima gente a votare, perché la gente non va a votare quando non capisce, non ha voglia di informarsi, i referendum hanno sempre avuto percentuali di partecipazione molto basse. E lì diventa un terno al lotto».
Crosetto apre uno squarcio sui timori che si respirano ai piani alti del governo. Sa che la partita si sta facendo in salita come iniziano a mostrare alcuni sondaggi ed è sull’astensione che si giocherà il match finale. «Mentre c’è una spinta molto forte e più ideologica per il no, quella per il sì è una spinta più liberale, e i liberali normalmente sono molti di meno». Come ingranare allora la quinta da qui alle urne? Di certo non “politicizzando” la battaglia, sostiene Crosetto muovendosi sulla falsa riga del Quirinale. «L’ho scritto anche in un post: non si tratta di vincere o perdere ma di informare gli elettori di cosa si parla, del merito. Se riduci tutto a un derby Juve contro Toro, Milan contro Inter sbagli: è un referendum, non un’elezione politica».
Il ministro scende le scale, si ferma di fronte al gabbiotto dei commessi. «Cercheranno di politicizzarlo, certo, ed è sbagliato», riprende. «Io sto cercando di spoliticizzarlo in ogni cosa che dico, in ogni post, perché una scelta sulla giustizia non può essere politica».
Parole che fanno un certo effetto, in queste ore. Mentre maggioranza e opposizioni se le danno di santa ragione dentro e fuori il Parlamento e dal governo salgono i decibel contro la “magistratura politicizzata”, con buona pace dei moniti del Quirinale. Anche lo staff della premier ha preso a confezionare un video al giorno da lanciare nell’etere. Martedì sul migrante algerino pluricondannato e rimesso in libertà, ieri, a poche ore dal messaggio di Mattarella nel plenum del Csm, un altro affondo contro le toghe sul caso Carola Rackete.
Crosetto, cuore Dc, cofondatore di Fratelli d’Italia, mette in guardia amici e naviganti: buttarla in politica non aiuta. Gli chiediamo: e se la premier scendesse in campo? Si fanno insistenti le voci di una campagna in prima persona della leader, di un maxi-comizio di piazza a Roma. Di una chiamata alle armi degli elettori: vota Giorgia. «Dipende, se viene letta come un’ulteriore politicizzazione… secondo me agli italiani dobbiamo dire: ragionate, studiate, cercate di capire la riforma».
La resa dei conti
Sarà. Ma intanto la politica si è mangiata il referendum sulla giustizia che assomiglia sempre di più a un plebiscito sul governo: pro o contro. Da un lato le opposizioni svegliate dal torpore e una volta tanto compatte che sognano la spallata, le sparate di Gratteri. Dall’altro il centrodestra che si mobilita: volantinaggi, blitz in tv, bordate quotidiane ai magistrati.
C’è tempo per un’ultima domanda. Se dovesse vincere il “no” il governo terrebbe? Si aprirebbe una pagina nuova nella vicenda politica di Giorgia Meloni? Il ministro alza gli occhi. «No, non ci sarebbero ripercussioni. Giorgia Meloni non ci ha messo la firma, non è una delle sue battaglie storiche…».
Insomma, assicura Crosetto, non finisce qui: Meloni e Fratelli d’Italia non si giocano il tutto per tutto sulla separazione delle carriere di giudici e pm. «È una riforma necessaria al Paese secondo noi, secondo me, ma non è qualcosa su cui si gioca tutto il governo di Giorgia Meloni». Il ministro imbocca l’uscita, si volta, sorride. «La giustizia è una delle tante cose che sono da cambiare in Italia… Vedremo se i cittadini saranno d’accordo».
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