08.01.2026
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Politics

no all’invio di soldati, ma addestriamo gli ucraini


Un passo alla volta la diplomazia europea si rimette in moto per l’Ucraina. Ma è ancora presto per tornare a bussare alla porta di Donald Trump. Sembrava fatta per un summit dei principali leader europei alla Casa Bianca per trovare il bandolo della matassa ucraina. E invece per ora torneranno a darsi appuntamento da questa parte dell’Atlantico. Prima tappa: Kiev. Poi tocca a Parigi, con il summit dei Volenterosi convocato da Macron all’Eliseo nel giorno dell’Epifania. Oggi pomeriggio i consiglieri per la sicurezza nazionale di dieci governi europei si riuniranno intorno a un tavolo nella capitale ucraina. Officia Rustem Umerov, l’uomo a cui Zelensky ha delegato la regia dei negoziati.

IL SUMMIT A KIEV

Ci sarà anche l’Italia con il consigliere diplomatico della premier Fabrizio Saggio. Pronto a ribadire la linea che Giorgia Meloni ha già condensato in una telefonata a Trump di fine anno, mercoledì scorso. In ordine: l’Italia è contraria a diktat russi sulla spartizione dei territori occupati, sostiene il diritto di Kiev di difendere la propria sovranità e ritiene fondamentale la copertura degli americani per le “garanzie di sicurezza”. Mentre da Roma resta granitico il no all’invio di truppe italiane in Ucraina all’interno della missione di pace annunciata dai “Volenterosi” ed è un veto che la premier italiana ribadirà a Parigi martedì prossimo.

Come è noto Meloni nutre molti dubbi sul format della coalizione capeggiata dal tandem Macron-Starmer. Dubbi che restano, mentre si fa sempre più plastica la proporzione delle forze in campo: senza Trump e senza un coinvolgimento della controparte russa che solo gli americani possono garantire, la via per la pace è lastricata di tante buone intenzioni e rischia di farsi impervia. Ciononostante la presidente del Consiglio parteciperà e lo farà in presenza, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto. Concentrata sull’emergenza di Crans-Montana e già affacciata sulla conferenza stampa di inizio anno (che prepara insieme ai più stretti collaboratori) Meloni ha ripreso in mano la cornetta di Palazzo Chigi e lavora sul dossier ucraino. Due i nodi da sciogliere con la massima urgenza. Il primo, confida chi lavora a stretto contatto con la leader, è proprio la questione territoriale. La premier e Zelensky hanno parlato a lungo, nel rendez-vous a Roma lo scorso 9 dicembre, delle soluzioni negoziali percorribili per fermare missili e droni nel Donbass. L’Italia resta a favore di un congelamento della linea del fronte come precondizione dei negoziati di pace ma è una posizione, questa, che perde forza mentre Putin alza la posta — esige tutto il Donbass e ampie aree delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia — senza incontrare resistenze di sorta da parte di Trump.

Si fa allora più concreto lo scenario già evocato sottovoce dalla premier nel chiuso del bilaterale con l’ucraino a Palazzo Chigi, ovvero l’idea di dover accettare «concessioni dolorose» pur di fermare la guerra a quattro anni dall’invasione. Qualche progresso si registra invece sul fronte delle garanzie di sicurezza al centro della riunione a Kiev questo pomeriggio, dove è previsto un collegamento di ufficiali dell’amministrazione Trump, forse dello stesso Segretario di Stato Marco Rubio. Uscito dal faccia a faccia con Trump alla Casa Bianca Zelensky ha spiegato che gli americani sono disposti a fornire un “backstop” all’Ucraina per i prossimi quindici anni, il presidente con la mimetica vorrebbe un patto di sicurezza più solido e più esteso nel tempo, valido per almeno trent’anni. Per l’Italia la via maestra resta un accordo legalmente vincolante dei principali Paesi europei e Nato, a partire dagli Stati Uniti, modellato sull’articolo 5 della Nato che da più di settant’anni assicura la difesa collettiva dell’Alleanza.

L’ADDESTRAMENTO

Questa la priorità, mentre resta fitta la nebbia sulla missione di pace boots on the ground cui Macron, Starmer e i “Volenterosi” intendono dar vita una volta siglata la tregua. Meloni resta netta sul no dell’invio di soldati italiani, complici le resistenze interne alla coalizione di governo, con la Lega pronta alle barricate. Diverso è l’impegno ad addestrare i soldati ucraini che proseguirà anche dopo lo stop ai combattimenti. Un recente report del governo risalente a metà dicembre e visionato dal Messaggero mette in cifre lo sforzo italiano. I dati sono del 2024 ma danno comunque il polso della mobilitazione delle nostre forze armate.

In un anno 1474 militari ucraini sono stati addestrati in Italia, trasportati su aerei cargo come il C-130J e il C-27 J, affiancati in ben 39 missioni da aerei di rifornimento in volo (i tanker KC 767A). Nel documento numeri inediti anche sugli aiuti militari spediti all’Ucraina. In un anno 43 missioni per portare alle forze armate ucraine con treni e aerei 4277 tonnellate di mezzi e munizioni. Un impegno destinato a proseguire dopo il via libera al “decreto Ucraina” nell’ultimo Cdm del 2025.


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