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Nella magia del cinema anche l’algoritmo


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Ciò che è successo a fine giugno ad Annecy, in Francia, è stato qualcosa di nuovo.

Ma non di completamente inaspettato. Durante la proiezione del cortometraggio Danse Macabre, realizzato dal regista olandese Hisko Hulsing e presentato alla celebre kermesse europea dell’animazione, dalla platea un centinaio di persone si è alzato in piedi per urlare contro lo schermo dal disgusto, lasciando la sala pochi attimi dopo.

Il motivo è tecnologico: il pubblico stava contestando l’uso dell’intelligenza artificiale generativa all’interno del film. Una reazione che ha infiammato un dibattito di per sé già incandescente a Hollywood, che sembra non aver ancora trovato una convivenza pacifica con l’innovazione simbolo del 21esimo secolo. La paura è tanta, insomma. Anche perché un’opera AI e una tradizionale stanno diventando sempre più indistinguibili. Prima, infatti, bastava contare le dita di una mano, osservare bene alcune espressioni facciali che risultavano subito posticce e aguzzare la vista per alcuni oggetti che ci sono in un’inquadratura e scompaiono in quella successiva. Ma oggi questi errori “artificiali” sono stati risolti con l’addestramento e l’avanzamento tecnologico. Quella utilizzata da Hulsing in Danse Macabre è infatti un’IA che non salta subito all’occhio: il regista ha usato il software Stable Diffusion per animare 75 dipinti a olio realizzati nell’arco di undici anni, coinvolgendo peraltro più di trenta artisti nella produzione.

NUOVE PROSPETTIVE

Il caso conferma quindi un nuovo apice nel mondo IA, soprattutto quando si parla di immagini iperrealistiche. «Quello che manda tutti in crisi è l’estrema vicinanza del prodotto finale con il cinema tradizionale» spiega Jacopo Reale, filmaker e montatore diventato virale sui social l’anno scorso con un video intitolato This Footage Does Not Exist in the Real World. «Sovrapponendosi il linguaggio, le persone pensano che potrebbe scomparire il cinema tradizionale, ma non è così». All’epoca, anche se si parla solo di un anno fa, i limiti dei modelli erano maggiori e aggirarli palesava l’uso dell’IA. Per ovviare alle sei dita di una mano, ad esempio, si utilizzavano solo primi piani. Niente scritte, facilmente illeggibili, inquadratura fissa, per evitare strani movimenti di camera, e nessun dialogo per nascondere labiale e voci robotiche. Ma in pochi mesi è cambiato tutto e molti sono convinti che questo strumento sia la morte della creatività, quando invece «potrebbe essere la sua rinascita», sostiene Reale, che l’anno scorso ha vinto anche il primo premio al Reply AI Film Fest con il suo cortometraggio IA Love at First Sight. E tra poco «sarà possibile vedere film di novanta minuti interamente generati da un’IA», cosa oggi ancora difficile. Ecco perché molte di queste produzioni sono cortometraggi (vedi la miniserie sulla rivoluzione americana On this Day… 1776 prodotta da Primordial Soup, lo studio del regista Darren Aronofsky, Il cigno nero, in collaborazione con DeepMind di Google). Mito da sfatare. Generare le scene di un film AI non è facile, dice Reale: «Non basta scrivere “crea un film” per realizzare qualcosa con del senso». Come funziona allora? Per il suo ultimo lavoro, intitolato Non si abbracciano i conigli (ancora in lavorazione), Reale ci ha parlato dello studio che ha fatto sul periodo settecentesco, passando alcuni giorni a lavorare sui look dei personaggi.

REALISMO

Con i colleghi di Labyrinth, il suo studio, Reale genera le immagini dei suoi film su Midjourney e Nanobanana Pro, un modello di AI di proprietà di Google molto utile per immagini ultra-realistiche. Queste sono successivamente trasportate su altri modelli come Kling e Seedance per l’animazione. Per scrivere meglio i prompt (cioè i comandi da dare all’IA)? «Uso ChatGpt e Claude». Comunque, qualche limite ancora persiste. Ad esempio: l’intelligenza artificiale è in “locale” (quindi scaricata da internet e gestita dai computer in studio) oppure in cloud? «Lavorare in cloud è preferibile, in locale ci sono molti più costi dovuti alle schede video necessarie a far girare i modelli. E poi le IA in locale sono infinitamente meno performative rispetto al cloud», spiega il regista. In linea generale, anche nelle scene create, sono tutte ancora piuttosto semplici: «I movimenti di ogni ripresa nel cinema vengono coreografati, l’IA oggi ancora fa difficoltà a gestire troppe richieste e troppi dettagli». Ma migliorerà anche in questo, conclude Reale. «E in pochi anni si creerà un mercato per prodotti interamente generati dall’IA».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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