ROMA «Ci vorrebbe un coup de theatre, una mossa a sorpresa, una cosa alla Berlusconi…» Berlusconi? «Sì, Berlusconi. Quando nel 2006, annunciò a Porta a Porta l’abolizione dell’Ici e per poco non ci vinse le elezioni…». Vertice del centrodestra, lunedì scorso. Intorno al tavolo, al primo piano di palazzo Chigi, la premier Meloni, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. Si discuteva dei problemi dello Stato (semicit.), si ragionava di strategie referendarie, la presidente del Consiglio invitava gli altri a «non politicizzare» l’appuntamento del 22 e 23 marzo (si è vista come è finita, vabbè). Ma poi, ai congedi, guardandosi negli occhi, è scattato il patto di fine legislatura.
Manca, mese più mese meno, un anno al voto del 2027 e – a parte il Referendum, a parte la legge elettorale – il centrodestra cerca lo sprint, il colpo d’ala. Sia nell’anno che manca, sia – soprattutto – nella campagna elettorale che verrà, anticipata dall’ultima manovra economica della legislatura e di questo governo. Eccolo, allora, il grimaldello. La «mossa alla Berlusconi», quel colpo di genio («Cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione», recitavano gli “Amici miei” di Monicelli) che fa scartare, magari decide le sorti di un’elezione. Già, ma cosa? Naturalmente i quattro leader hanno cominciato a pensarci.
E, detto che manca ancora parecchio tempo, l’area di intervento naturalmente sarà di natura economica, la leva maggiore che si può muovere. Berlusconi, promettendo la cancellazione dell’Ici sulla prima casa (misura che poi realizzò una volta tornato a Palazzo Chigi, nel 2008), prese una platea larghissima di italiani. E, anche per il centrodestra attuale, il senso dovrebbe essere quello.
Le ipotesi
Due, al momento, le ipotesi in valutazione. Un’azione più robusta sull’assegno familiare, che rischia di finire sotto infrazione europea. Misura importante, che però toccherebbe “solo” le famiglie con figli minorenni. Oppure, ancora meglio, ritirare fuori l’idea, ventilata nell’ultima finanziaria e poi accantonata per mancanza di risorse, di detassare le tredicesime. Operazione che, se fatta tout court, costerebbe alle casse dello Stato circa 15 miliardi (cioè due/terzi dell’ultima manovra economica…) ma naturalmente ci sono anche ipotesi meno tranchant: detassarla solo per alcune fasce di reddito, tassarla sì ma solo al 10%. I conti, al Mef, già ce li hanno.
Ma, al di là della specificità dell’intervento, la strategia è chiara: questa manovra economica è stata volutamente incentrata sul miglioramento dei conti pubblici, con l’obiettivo dell’uscita dalla procedura di infrazione europea per lo sforamento del rapporto tra deficit e Pil oltre il 3%. Obiettivo che, secondo Palazzo Chigi, dovrebbe essere centrato tra marzo e aprile.
La prossima manovra, dovrebbe essere quella espansiva. Pre-elettorale appunto. Dove si possono anche allentare i cordoni della borsa. Tanto, è il ragionamento, un’eventuale nuova procedura di infrazione non si aprirebbe prima di 2-3 anni. In mezzo, naturalmente, ci sono altri step. Punto primo, lo sprint all’azione di governo. Ad ogni leader, Meloni ha chiesto di indicare le priorità di fine legislatura: un obiettivo da centrare, non di più, visto che il tempo comincia a stringere.
La giustizia
E poi c’è il referendum, a cui si lega anche la legge elettorale, con l’idea di far “saltare in aria” il campo largo. Come? Se vince il Sì, come ha detto Lupi al Messaggero, il centrodestra si aspetta contraccolpi nel centrosinistra, con i malumori dei riformisti dem (e non solo) che potrebbero venire fuori. Secondo, con la legge elettorale che prevede – nella bozza elaborata dal centrodestra – l’indicazione del premier non sulla scheda (sarebbe anti-costituzionale, visto che l’incarico di formare il governo lo affida il Presidente della Repubblica) ma in Corte d’Appello al momento del deposito delle liste elettorali. Un cavillo che rischia di mandare in tilt il centrosinistra: «Non è detto – ragiona un esponente della maggioranza – che a quel punto Conte stia dentro il perimetro del campo largo. Se pensa di non poter vincere, al leader Cinquestelle conviene piuttosto andare da solo: una cosa era la legge con i collegi, altro è con il proporzionale e premio di maggioranza».
Di sicuro, insiste il centrodestra, l’eventuale vittoria del No non provocherebbe elezioni anticipate, anche perché Meloni ha una data fissata sul calendario: 4 settembre 2026, quando diventerà il governo più longevo della Repubblica. Lì, almeno, la premier vuole arrivare. E se arriva lì, con la legge di Bilancio da approvare entro fine anno, si va direttamente al voto nel ’27. Con l’idea della “mossa alla Berlusconi”.
© RIPRODUZIONE RISERVATA


Leave feedback about this