Si sa: Sanremo che vai, polemica politica che trovi. Quest’anno non c’è stato neppure bisogno che i riflettori dell’Ariston si accendessero. È bastato l’annuncio del nome del co-conduttore della terza serata, il comico di Colorado e Zelig, Andrea Pucci. Una scelta salutata dal diretto interessato con un post “nude look” sui social, con tanto di «sto arrivando» sotto una foto che lo ritraeva senza vestiti, al mare.
Da qui è partita la scia di commenti, infarciti da accuse di razzismo e omofobia, ma pure di critiche sull’opportunità di mettere l’artista — vicino al centrodestra e noto per alcune battute su gay e stranieri — al fianco di Carlo Conti. Ieri, alla fine, il passo indietro. Mosso, spiega Pucci in persona, da «minacce» e «insulti incomprensibili e inaccettabili», recapitati a lui e alla sua famiglia e che «alterano il patto fondamentale» con il pubblico. «L’onda mediatica negativa», come la definisce Pucci, produce nel giro di poco uno tsunami politico che si trascina dietro maggioranza e opposizioni.
Di «inaccettabile pressione ideologica» parla la premier Giorgia Meloni, che passa subito ad additare «il doppiopesismo della sinistra», che considera la satira «sacra» solo se rivolta ai propri avversari: «La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa». La seguono a ruota i due vicepremier («Evviva la libertà di pensiero» dice Salvini, mentre Antonio Tajani bolla come «inaccettabile chi impone il pensiero unico») e il ministro per la Pa, Paolo Zangrillo («no al bavaglio culturale»). A loro si affianca il leader di Noi moderati, Maurizio Lupi, per cui il «politicamente corretto sta diventando un recinto di intolleranza».
Nell’agone, a difesa di Pucci, questa volta scende in campo anche la Rai, con un comunicato, in cui oltre al «grande rammarico», si somma la «preoccupazione per il clima d’intolleranza e di violenza verbale generato nei confronti di un artista che ha fatto della satira e della comicità non conformiste il suo modo di esprimere libertà di pensiero». L’azienda non esita a parlare di «censura», innescata dalla «diffusione di odio e di pregiudizio» che «dovrebbe preoccupare chiunque lavori nel mondo dello spettacolo». La posizione del Cda Rai, tuttavia, non è unanime: se la consigliera Federica Frangi chiede all’attore di «ripensarci», un altro — Roberto Natale — esprime indignazione per il «grande rammarico» della Rai: «Gran parte dell’opinione pubblica attendeva piuttosto che la Rai» si esprimesse «in modo ufficiale per la straordinaria figuraccia, italiana e internazionale, che ci ha regalato la telecronaca di apertura delle Olimpiadi invernali», affonda il consigliere, facendo riferimento alla telecronaca di Paolo Petrecca.
Lo spartito delle opposizioni
Alle opposizioni, “l’affaire Pucci” suona come una grande opera di distrazione: «Mentre in Sicilia si contano migliaia di sfollati e gli italiani stanno affrontando gravi emergenze sociali, Meloni e lo stato maggiore del governo sono preoccupati della scaletta del Festival di Sanremo», dice il dem Stefano Graziano, che definisce quella di Pucci come una «scelta di buonsenso». Non meno duri i componenti M5S della Vigilanza che si domandano se, parimenti «Meloni, Tajani e Salvini» si «siano indignati per le minacce dei disumani agenti Ice verso due giornalisti italiani». Stesso spartito anche per Avs («Meloni tace sui problemi degli italiani» questiona Fratoianni), e per Più Europa che, per bocca di Riccardo Magi, definisce «spudorato» il «vittimismo» della premier. Matteo Renzi, invece, si riserva un tocco di ironia: «Non so quanto faccia ridere Pucci, so però quanto fa ridere un governo in cui premier e vicepremier danno la solidarietà a un comico e non parlano di tasse e coltelli».
Nonostante Sanremo, la musica — tra maggioranza e opposizione — resta la stessa.
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