ROMA Un attacco cyber che mette fuori uso la rete nazionale. Sabotaggi alle infrastrutture strategiche, incursioni di droni, minacce militari in grado di mettere a repentaglio le nostre difese. E ancora, una nuova pandemia con l’incubo Covid che può riprendere vita e minare la tenuta del sistema sanitario. L’Italia è pronta ad affrontare un “D-day”? Una “crisi” sistemica per la sicurezza nazionale? È una domanda che il governo ha iniziato a porsi negli ultimi mesi. Giorgia Meloni ha deciso di passare ai fatti.
La cabina di regia
Porta la firma della premier una riorganizzazione delle strutture che devono coordinare la risposta delle istituzioni di fronte a una minaccia esistenziale. Nel governo. E all’interno dei Servizi segreti italiani. Con la nascita di una cabina di regia unica che fa capo al Cisr, il comitato interministeriale per la sicurezza e al Dis, il dipartimento che coordina le agenzie degli 007. La decisione, che Il Messaggero è in grado di rivelare, è stata presa quest’autunno. In una riunione riservata di inizio ottobre, presieduta dalla presidente del Consiglio, dal sottosegretario Alfredo Mantovano e dai ministri che si occupano in senso lato di sicurezza.
In quella sede Meloni ha firmato una direttiva che affida al Dis guidato da Vittorio Rizzi, dunque all’intelligence, il compito di organizzare questa nuova “task force”. Ma non è l’unica novità. La premier ha infatti chiesto al Cisr di redarre una strategia per la sicurezza nazionale da aggiornare su base annuale. È una piccola grande rivoluzione. L’Italia era infatti l’unico tra i Paesi G7 a non aver mai adottato una vera e propria “National security Strategy”. Ovvero quel documento che da sempre costituisce l’ossatura della politica estera americana. Definisce alleati e rivali, spiega dove concentrare le forze (nel caso americano, nella sfida strategica contro la Cina) e i quadranti del mondo dove conviene risparmiarle. Trump ne ha fatto un manifesto politico. Fino a indignare gli alleati europei con l’ultima edizione, pubblicata a dicembre, che ha suonato il requiem per l’Unione europea avviata alla «cancellazione della sua civiltà» per l’avanzare della cultura “woke”.
Ebbene, anche l’Italia d’ora in poi metterà nero su bianco la sua strategia nazionale, da sottoporre per un parere al Parlamento. E chissà che questa novità non costringa in futuro i governi italiani a fuggire la sempreverde tentazione di restare in equilibrio, di dire e non dire, quando si parla di politica estera e sicurezza. La scelta di Meloni però, si diceva, nasce sulla scia delle cronache internazionali. Le tensioni in Medio Oriente, la guerra regionale — con possibili implicazioni globali — tra Stati Uniti e Iran che proprio in queste ore tormenta il sonno dei leader europei, mentre si attende uno strike americano contro gli ayatollah. Senza contare ovviamente la guerra fra Russia e Ucraina e i ripetuti allarmi interni alla Nato di un possibile attacco russo contro un Paese membro dell’Alleanza. L’Italia non è esente da queste minacce.
Per questo già prima della scorsa estate il governo ha iniziato a lavorare a un documento classificato sulla protezione delle infrastrutture strategiche nazionali. Porti, aeroporti, scali e snodi ritenuti cruciali. Nella mappatura sono finiti anche gli ospedali e i posti letto necessari nel caso in cui si verificasse un attacco contro il territorio nazionale. «Stiamo studiando delle misure per mettere in sicurezza non solo gli aeroporti ma tutta l’Italia — aveva rivelato a settembre il ministro della Difesa Guido Crosetto dalla base militare Amari in Estonia — il piano esiste, ogni giorno c’è un passo avanti per poi renderlo effettivo». Porta sempre la firma di Crosetto il paper, pubblicato a novembre, sulle “minacce ibride” — a partire dagli attacchi hacker — che fronteggia il nostro Paese. Precauzioni simili sono state prese da tutti gli alleati della Nato.
La riforma bipartisan
Ora il governo lavora alla cabina di regia per le crisi. Ovvero vuole rispondere alla domanda che da sempre cruccia i leader quando si presenta un “cigno nero”, una minaccia straordinaria per la sicurezza: chi decide cosa? La Protezione civile? Il Viminale? La Difesa, l’intelligence? Sovrapposizioni e gelosie fra apparati dello Stato spesso complicano le cose quando bisogna passare in fretta all’azione. La pandemia del Covid è stato il primo campanello d’allarme. La direttiva di ottobre accentra la regia sotto l’ombrello di Palazzo Chigi e del Cisr, dove tutte queste istituzioni sono rappresentate. E di fatto manda in soffitta gli altri organismi di raccordo ad oggi preposti alla gestione di crisi nazionali. Come il Cops (Comitato politico strategico) e il Nisp (Nucleo interministeriale situazione e pianificazione) introdotti dal governo Berlusconi nel 2010, mentre i mercati europei erano scossi dalla crisi dei debiti sovrani.
Nei mesi scorsi, dietro le quinte, si sono tenuti incontri tecnici fra i vertici del Dis e le istituzioni coinvolte per la nuova regia “anti-crisi”. Come anche sulla nuova strategia per la sicurezza nazionale. Una novità, questa, contenuta in una proposta di legge dell’ex ministro della Difesa Pd e presidente del Copasir Lorenzo Guerini, coinvolto a più riprese nel riassetto per le emergenze. Non è una riforma dei Servizi — in questi quattro anni qualunque tentativo di ritoccare gli apparati è finito in un vicolo cieco per i veti politici incrociati — ma è comunque il segnale che su questioni di fondo l’intesa bipartisan non è un tabù.
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