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Materie critiche, Confindustria prevede nuove tensioni sulle filiere strategiche


ROMA La manifattura italiana — ha rilevato Confindustria — è legata a stretto filo alle forniture da Paesi extra-UE per 364 prodotti tra materie prime, semilavorati e beni capitali, con un valore di circa 26 miliardi. In questa direzione si guarda soprattutto al reperimento di metalli critici e terre rare da parte delle aziende. E si temono nei prossimi cinque anni un aumento dei prezzi e maggiori difficoltà negli approviggionamenti di questi materiali, terre rare e titanio in primis.
I rischi di instabilità sono confermati anche in “Cascade”, ricerca finanziata dal ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Prin-Pnrr e condotta dal gruppo interuniversitario Re4It (Università di Bologna, Università di Bergamo, Università dell’Aquila e Politecnico di Milano) in collaborazione con il Centro Studi di Confindustria. L’analisi si concentra su quattro materie prime critiche – alluminio, rame, titanio e terre rare – centrali per la transizione e per l’autonomia strategica europea. Tra le principali criticità vengono segnalate la crescita della domanda globale di questi beni, la forte concentrazione dell’offerta, le tensioni geopolitiche fino alla difficoltà di sostituire questi materiali.
Lucia Aleotti, vicepresidente con delega al Centro Studi di Confindustria, ha sottileneato che «la resilienza delle supply chain è una priorità strategica per la competitività del sistema produttivo». In questa direzione non vanno esclusi miglioramenti nell’attuazione del Critical Raw Materials Act della Ue, iniziando a «valutare meglio le caratteristiche e le necessità delle singole filiere» e «ad aumentare la dotazione finanziaria». Soprattutto, le materie critiche sono sempre più centrali in una competizione «che intreccia sicurezza economica, transizione energetica e autonomia industriale». Un fattore decisivo per settori altamente innovativi come aerospazio, difesa, farmaceutica o meccanica».


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