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Mancini, la questione morale che nel calcio non regge


Roberto Mancini era il profilo più adatto per guidare la Nazionale di calcio dopo la terza esclusione consecutiva dai Mondiali, ben più di Antonio Conte, e infatti Giovanni Malagò aveva puntato dritto sul Mancio già da parecchi mesi. Si è arrivati alla nomina solo a fine luglio, e con gran fatica, per gli infiniti bizantinismi del nostro sistema calcistico e anche perché molti non volevano Mancini (e non lo vogliono tuttora, e nemmeno lo vorranno in futuro) addirittura ponendo una “questione morale”. Il nuovo-vecchio ct sarebbe infatti  colpevole di alto tradimento nei confronti dell’azzurro per via delle sue clamorose dimissioni di Ferragosto dell’anno di grazia 2023, insomma tre estati fa: mollò la Nazionale nel cammino verso gli Europei e soprattutto, sua colpa sua massima colpa, lo fece per andare a guadagnare un ricchissimo ingaggio da ct dell’Arabia Saudita, un affaruccio da 25 milioni a stagione. Già all’epoca inseguito dagli strali della critica e dei moralisti, per alcuni Mancini dovrebbe avere addosso, e a vita, la lettera scarlatta del traditore, magari una bella T stampata in fronte, o sul petto, a imperitura memoria. 

Siamo qui a scrivere queste righe per dire che a noi certe questioni morali sembrano ridicole, o pretestuose, soprattutto nel mondo del professionismo. A parte il fatto che all’epoca l’addio di Mancini non fu affatto improvviso, ma anzi fu preparato da lunghi mesi di freddezza con il presidente federale Gravina successivi all’esclusione dell’Italia dal Mondiale 2022 (gli era stata anche tagliata, nel tempo, parte dello staff), c’è da dire che il tecnico di Jesi compì una scelta professionale, come tanti professionisti nel mondo dello sport e non solo: accettò un’offerta faraonica, andando a guadagnare sei o sette volte l’ingaggio che percepiva in azzurro. Chiunque l’avrebbe accettata, a cominciare da quelli che tre anni fa lo uccisero mediaticamente per il cosiddetto “alto tradimento”; che poi durò un annetto e mezzo, il tempo per Mancini di accorgersi che in Arabia Saudita è assai difficile lavorare a certi livelli e di salutare la compagnia. A nostro avviso furono critiche pretestuose, magari rinfocolate da dentro la Federcalcio di quei tempi, dove si voleva andare a caccia di un colpevole perché le cose non andavano bene, e continuarono peraltro a non andare bene anche con i successivi allenatori, Spalletti e Gattuso. Poi la storia si sa come fa, compie dei grandi giri poi ritorna indietro, per quella faccenda della sua ciclicità. Ed è successo che il nome di Roberto Mancini è tornato clamorosamente di attualità dopo i disastri altrui, e si è scoperto che uno col suo profilo vincente era anche l’ultimo ad aver fatto esultare l’Italia del calcio con l’Europeo vinto a Wembley nel 2021. Ma a quel punto i guardiani dell’etica hanno cercato di sbarrargli la strada, provando a imporgli l’ergastolo: ha sbagliato una volta e dunque, per sempre, non può tornare tra noi. Hanno provato a opporgli la carta Antonio Conte, come se invece non fosse stato anche lui un traditore dell’azzurro: d’accordo che la memoria di solito è corta e figuriamoci quella sui fatti di dieci anni fa, ma giova ricordare che nel 2016 Antonio Conte mollò l’Italia già prima degli Europei di quell’anno, accordandosi preventivamente col Chelsea dove andò a guadagnare un altro mega ingaggio dal presidente russo Abramovich (ma all’epoca la Russia non era ancora al bando del mondo), e guidò l’Italia negli ultimi mesi già col pensiero a Londra. Non fu un tradimento anche quello, in fondo? Tra l’altro ci consegnò a Ventura e alla prima grande delusione azzurra, l’esclusione dai Mondiali nello spareggio con la Svezia nel 2017.
 

Questo per dire che le questioni morali, nel calcio e in assoluto nel professionismo, sono materia assai scivolosa. E porne una su Roberto Mancini, che peraltro si è già scusato abbondantemente per la scelta araba del 2023 e si scuserà ancora nella sua conferenza stampa di presentazione da nuovo ct dell’Italia, ci è sembrato assurdo. Oltre che inutile: Giovanni Malagò se n’è infischiato e ha scelto il suo allenatore, imponendolo a tutti. Come dovrebbero fare i dirigenti di polso.


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