Professor Tremonti, nella cerimonia per L’Aquila capitale della cultura 2026 si è sentita l’eco della battuta «con la cultura non si mangia». Non è quella che ha pronunciato lei quando era ministro delle Finanze?
«Mai pronunciata ma quello dell’altro giorno a L’Aquila è stato un curiosum. Battute a parte, fare seriamente un bilancio pubblico non è mai uno scherzo. E per provarlo noto che il monito dell’altro giorno a L’Aquila è stato formulato nella caserma della Guardia di Finanza, una caserma che il governo Berlusconi ha dovuto cartolarizzare nella seconda metà del 2001. Si trattava di un caso in cui la realtà del bilancio pubblico aveva costretto a una scelta, la scelta di privatizzare via cartolarizzazione una quota di patrimonio pubblico».
Perché sta dicendo questo?
«Appena insediato il governo Berlusconi e unificato per la prima volta il ministero del Tesoro con quello delle Finanze, fui invitato dal Quirinale, per parlare della legge di bilancio da fare. Spiegai al presidente Ciampi l’enorme difficoltà che c’era nel farla, dovendo rispettare i vincoli europei. Difficoltà che veniva dalla scelta fatta dal governo precedente. Un esecutivo che astutamente aveva stanziato in bilancio 8-9.000 miliardi di lire da “dismissioni immobiliari”. L’astuzia era stata quella di andare ad elezioni, nel 2001, senza l’impopolarità del rigore finanziario, in aggiunta creando un enorme difficoltà al governo successivo. Che aveva soltanto 6 mesi ed era atteso in maniera molto critica dal rigore di Bruxelles».
Ciampi che cosa le disse?
«Mi disse: non riuscirai a fare 8.000 miliardi di entrate. Io gli risposi: sei tu che hai firmato quel bilancio. La discussione proseguì in maniera comunque molto cordiale».
La battuta polemica sui tagli alla cultura risale a qualche anno più tardi, no?
«Risale al successivo governo Berlusconi e avrebbe riguardato in particolare il ministro Bondi. Eravamo nel 2008. All’inizio di una fase politica, economica e finanziaria drammatica. Stava cominciando la prima grande crisi globale. Una crisi che era stata prevista nel nostro programma elettorale, tanto che il primo provvedimento di quel governo fu un decreto che anticipava la crisi stabilizzando le finanze italiane con l’anticipo di tre leggi di bilancio. Con il terzo maggiore debito pubblico del mondo, e senza avere la terza economia del mondo, per tre anni abbiamo messo in sicurezza il nostro bilancio».
Ma perché proprio la cultura dovette pagare quella emergenza?
«La crisi della globalizzazione stava cominciando a presentare tanti conti. Posso citare il mio libro “La paura e la speranza”, in cui dico che “già altre volte il mondo era stato governato dai demoni” e spiego come i demoni erano tremendamente tornati in quella fase della storia. Stava per avere inizio una crisi strutturale nell’ordine mondiale, crisi che si è via via sviluppata fino ad oggi. Si passò dal G8 al G20 e in questo passaggio, e poi a seguire, ho visto iniziare la sfiducia di Putin nel sistema capitalistico occidentale. Si era in una crisi epocale, in cui era evidente come fosse sempre più difficile stare in un mondo in cui l’unica regola era l’assenza di regole. Noi volevamo le regole, altri credevano che fosse sufficiente stampare moneta per andare avanti».
Sta parlando dello Stability Board di Draghi?
«Da allora, di stability ne abbiamo vista molto poca e certo non quella del whatever it takes che è diventato, con altre politiche, un whatever mistake. Fu a partire dal 2009 che Putin decise di andare fuori dalla finanza globale e dentro una logica a suo modo imperiale».
Quella che oggi vediamo per esempio in Groenlandia?
«L’ironia della storia è che a vincere non sarà la Russia ma la Cina. La quale, passando dalla Siberia e andando verso l’Artico, trasformerà la Russia che ne diventerà la Bielorussia».
Lei ha descritto il contesto generale, ma veniamo alla cultura.
«Il bilancio italiano si salvò dalla crisi per tre anni, facendo una serie di scelte di serietà e di priorità. Per esempio, la sanità e le pensioni non vennero toccate. Grosso modo, non furono operati tagli sulle altre voci. Certamente, ci fu un rallentamento nelle dinamiche di aumento di spese. Se quella politica di conservare sanità e pensioni e di adottare il rigore nel resto fosse stata sbagliata, ebbene i governi che sono venuti dopo avrebbero avuto ampiamente modo di correggere quegli errori».
Ma la frase, l’ha detta oppure no?
«Ripeto, non l’ho mai pronunciata. Ma oggi, guardando la fenomenologia e la casistica riguardante il tax credit, mi viene quasi la voglia retroattiva di dirla quella frase, capovolgendola. Qualcuno con la cultura ha avuto l’opportunità di mangiare».
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