ROMA «Antonio, mia moglie comincia a essere gelosa di te. Abbiamo cominciato la settimana insieme a Strasburgo, la finiamo insieme a Roma». La battuta la rivolge con una pacca sulla spalla il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul al suo omologo italiano. E racconta molto del clima che si è ormai instaurato tra cancelleria teutonica e governo italiano. Non è solo questione di feeling, che pure gioca il suo ruolo quando in ballo ci sono i rapporti tra leader. Né di colore politico di certo più affine rispetto al passato, ora che alla tolda di comando tedesca non siede più il socialista Scholz ma il cristiano-democratico Merz. Tra Italia e Germania sono talmente tanti gli interessi in comune che per i due Paesi è naturale fare squadra. A Bruxelles e non solo. Conviene a entrambi, specialmente da quando Parigi deve fare i conti coi propri problemi interni (ed Emmanuel Macron con le previsioni tutt’altro che rosee per le elezioni dell’anno prossimo). «Abbiamo sempre detto che l’Europa non poteva essere a traino franco-tedesco – gongola Tajani – mi pare che ora il traino sia italo-tedesco».
Da tempo il capo della Farnesina spingeva per un riavvicinamento «strategico» tra Roma e Berlino. L’Italia, è il ragionamento del vicepremier, non può non stare coi Paesi del gruppo di testa dell’Ue. E tra questi, la Germania di Merz è quello con cui le posizioni dell’esecutivo italiano sono più vicine su una lunga lista di dossier. Dalla bocciatura del Green Deal alle politiche industriali, dal ruolo dell’Europa alla politica estera. Certo: pensare di sostituirsi alla Francia, che da sempre coltiva con Berlino un rapporto privilegiato, potrebbe tradursi forse in un’ambizione velleitaria. Ma nulla vieta a Roma di stringere le maglie di una tela che può portare molti vantaggi a entrambi. Operazione che alla Farnesina si dicono pronti a replicare anche con Parigi, «quando la Francia – commentano con una punta di malizia – si riprenderà».
Le radici
Ed ecco che il rapporto consolidato di Tajani con Merz, quando il futuro cancelliere era ancora solo il leader della Cdu, è tornato utile. È stato il vicepremier a organizzare i primi incontri riservati della premier con l’allora capo dell’opposizione tedesca, con l’idea di piantare semi che in futuro sarebbero potuti diventare frutti. E così è stato, rivendica oggi il segretario azzurro. Convinto da sempre che l’arrivo di Merz al potere sia stato per l’Italia «una benedizione».
Anche col capo della diplomazia Wadephul i rapporti sono risalenti. Affondano le radici negli anni in cui Forza Italia fece il suo ingresso nel Partito popolare europeo (di cui fa parte anche la Cdu che esprime il suo presidente, Manfred Weber, altro amico comune). E si sono cementati nel tempo, negli anni di Tajani a Bruxelles. Una svolta che ha permesso al partito azzurro, rivendicano gli uomini del vicepremier, di consolidare «i riti del popolarismo europeo». Di compiere, insomma, un salto di qualità, entrando a pieno titolo in una delle due più grandi famiglie politiche dell’Ue.
Un bagaglio che è tornato utile anche alla Farnesina. E che ha permesso – al netto delle differenze tra approccio italiano e tedesco su cui si potrebbero sprecare le ironie – di condividere un metodo di lavoro “europeo”: poche chiacchiere, molto pragmatismo. Metodo che nelle relazioni Roma-Berlino si sta mettendo in campo su tanti fronti. Dalle missioni comuni in Africa che si stanno organizzando, anche nell’ambito del piano Mattei, al fronte comune sui Balcani in chiave anti-Russia. È il «traino» italo-tedesco. E solo il tempo dirà quanto sarà davvero in grado di cambiare l’Ue.
Andrea Bulleri
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