28.10.2026
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Science

Longevità, il sogno di morire in buona salute. L’eutanasia? In tanti sono favorevoli ma solo per gli altri


E la morte? È evento più frequente d’inverno con il freddo che non d’estate con il caldo. È evento più frequente nei vecchi che nei giovani. È evento spostato nel tempo, diciamo di trenta anni, poiché questa inedita longevità ci da un’aspettativa di vita oramai di 86 anni — almeno per le donne — invece degli scarsi 60 di pochi anni fa.

La cosa più clamorosa, certificata definitivamente da un genio, è che tocca a tutti. La livella del genio Totò.

Vi racconto allora le tante morti vissute da medico e non l’eutanasia o il suicidio assistito. Ti racconto cosa succede da sempre e cosa succederà anche a te… Intanto la morte è separazione, nulla importa se ti capita a 100 anni, anche se la morte di un giovane, di un figlio aggiunge dolore per l’inespresso di quella vita e per un’affettività come dire più calda rispetto a quella di uno/a che han vissuto compiutamente.

Il sogno di morire  in buona salute

Alfa nascita e omega morte in una vita consapevole-compiuta e vecchia, possibilmente morte in buona salute (accade! ed è un fine professionale del geriatra) sarebbe il meglio. Se così è, nulla questio. Tutti relativamente “contenti”. Mio babbo 95enne in perfetta salute stava servendo spaghetti alle vongole in una vigilia di ferragosto di qualche anno fa a me figlio e a tre quattro nipoti. Più un amico di famiglia tradizionalmente invitato. Tra l’altro magnifico neurologo. Servendo appunto gli spaghetti il babbo si accascia e perde conoscenza. Andiamo in Pronto Soccorso, tac positiva per massiva emorragia cerebrale. Il collega di guardia mi cerca per dire che poteva intubarlo e metterlo sotto respirazione assistita. No! E il babbo se ne va accompagnato da blanda terapia di supporto nel giro di qualche ora. Dimenticavo: da qualche tempo, uno due anni, sosteneva che tutto aveva fatto e che si meravigliava di esser ancora in vita, nel mentre riceveva molti che avevano piacere di confrontarsi con un vecchio. Quindi vita consapevole e compiuta fino al compimento di omega con morte semplice e veloce di uno in buona salute. Tutto chiaro, nessuna recriminazione da parte dei numerosi figli e nipoti, la sincera tristezza di perdere un albero che aveva dato frutti, e finisce lì. L’intubamento sciocco accanimento terapeutico, ed infatti non avvenne. 


Ma non va sempre così anche se questi casi “semplici” sono in aumento in linea con la longevità. Cosa accade normalmente? Accade intanto che è più facile che chi si appresta a morire preferisca un po’ di vaghezza rispetto all’evento prossimo… e che pochi ti chiedano: dottore quanto manca? E comunque la speranza è un vestito che si indossa. Giustamente. Poi ci sono i familiari, o disinteressati o in rassegnata attesa o agguerriti sul pezzo. Nel senso che mi è capitato con più frequenza di familiari addirittura minacciosi nel sostenere l’assoluta certezza che avrei dovuto mantenere in vita il padre/madre/sorella/fratello/ nonno/nonna.

Magari anche con velate minacce anche se il/la paziente aveva 93 anni, sette patologie e non ci stava più con la testa da tempo. Lì per là lo percepivo come richiesta incongrua, folle, chissà che c’è dietro… ma in fondo è manifestazione di amore. Magari con risvolti psicanalitici ma tant’è. È ben triste invece percepire il disinteresse, anzi spicciamoci che ho altro da fare… beh, auguriamoci che non ci capiti. Vorrebbe dire, il disinteresse, che poco abbiam lasciato e che non siam campioni di affetto. 


LA DOMANDA

E veniamo alla domanda: ti han chiesto mai l’eutanasia? Ti rispondo con quello che ha ulteriormente guidato il mio comportamento in tutta la mia vicenda professionale: un articolo scientifico. Quel che voglio dire è che se fai il medico sei per definizione per la vita e non ti viene proprio di toglierla come un atleta è per la vittoria e non si impegna a perdere. Ma oltre a ciò, e per questo dico ulteriormente, l’appoggio di una ricerca aiuta a consolidare le posizioni! JAMA (la rivista edita dall’associazione dei medici statunitensi, una delle riviste più prestigiose al mondo) tanti anni fa pubblica un articolo che non ho mai visto citato da alcuno. Era un’inchiesta, rigorosa, su centinaia di malati terminali a cui veniva chiesto se eran favorevoli all’eutanasia. In generale. La maggior parte diceva di sì ma quando la domanda andava sull’individuale, la vorresti per te? Le percentuali scendevano. Ma la cosa più strepitosa era che dopo qualche mese la metà dei favorevoli all’eutanasia per sé aveva cambiato opinione, e non lo era più. E la metà di quelli contrari aveva altrettanto cambiato opinione. E era diventata favorevole.

A dire lettori miei che bisogna andar cauti ad alzare bandiere sulla necessità improrogabile di eutanasizzare il mondo perché la libertà individuale etc. si cambia, è chiaro che il contesto in cui vivi affettivamente, le cure o gli antidolorifici più o meno efficaci, il pasto buonissimo di ieri sera, la visita di un amico, la vita insomma decidono e non ci sono rigidità da difendere o perseguire. Qui entra in campo la comunità che circonda il morente, comunità allargata dalla famiglia agli infermieri visto che si muore prevalentemente in ospedale. Una famiglia ed un ospedale “giusti” ragionano insieme su Maria o Giovanni, intanto garantendo terapie palliative degne. Poi parliamo. Anche perché, e vi lascio con questa incertezza, visto l’eccesso di vecchi nel paese (gli ultranovantenni sono quasi un milione) non vorrei che si spingesse poco sulla assistenza e cura perché si spinge di più sulle alternative. No.


* Presidente di Italia Longeva (Agenzia del Ministero della Sa- lute), già direttore del diparti- mento di Scienze dell’Invecchiamento, neurologiche, ortopedi- che e della testa collo del Policlinico Gemelli e membro del CdA della Cattolica, è uno dei massimi promotori della geriatria in Europa


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