Un equilibrio precario, che richiede capacità da funambolo. È l’equilibrio su cui muove i passi Giorgia Meloni, sospesa su un mondo dove le crisi internazionali si propagano alla velocità di un domino, una tessera dietro l’altro a stravolgere il pianeta. Prima di partire per Seul — dove è arrivata ieri per la seconda e ultima tappa della sua missione in Asia — la premier ha incontrato a Tokyo i vertici dei colossi dell’industria giapponese, aziende che da sole muovono un business che si attesta sul trilione di dollari. Poco prima ha tenuto un breve punto stampa con i cronisti italiani che l’hanno seguita fino in Asia, le domande cannibalizzate dall’opa ostile lanciata da Donald Trump sulla Groenlandia. L’ennesimo grattacapo che reca la firma del tycoon, benché la presidente del Consiglio cerchi di stemperare, la mano tesa a The Donald ma anche la ferma volontà di restare al fianco dell’Europa, con la Danimarca in procinto di perder la pazienza con chi tentenna nel condannare l’offensiva a stelle e strisce.
L’ALLEANZA ATLANTICA
L’avanzata Usa è partita con la minaccia di un blitz militare, poi declassata a volontà di acquisto dell’isola e ora al centro di una minaccia a suon di dazi per chi non appoggia il piano americano su Nuuk, anche se al momento è difficile comprendere di che piano si tratti e cosa abbia davvero in mente Trump. Da Tokyo Meloni apre, o meglio non chiude, alla possibilità di una presenza italiana in Groenlandia, nel contesto di una missione della Allenza Atlantica, condizione imprescindibile per spedire i nostri militari tra i venti gelidi e i ghiacciai dell’Artico. Dunque una opzione da prendere in considerazione solo giocando di sponda con gli Alleati occidentali e l’Ue — Usa compresi — senza fughe in avanti in solitaria. Perché il rischio, per lei, è una frammentazione che rischierebbe di parcellizzare ancor più quello che deve restare un fronte comune. Parola d’ordine: evitare di procedere «in ordine sparso». Nessuna critica, però, ai paesi europei che hanno deciso di inviare militari per l’esercitazione “Arctic Endurance”, attirandosi le ire funeste del tycoon, che ieri ha annunciato contro di loro dazi aggiuntivi del 10%, accusandoli di fare un gioco pericoloso. Va detto che quando Meloni parla da Tokyo il fallo di reazione di Trump non è ancora arrivato, ma lei, da provetta funambola, usa parole che tengano dentro tutti, Ue e Usa. Sull’iniziativa degli otto paesi europei ricorre alla diplomazia, tenendosi alla larga dall’ironia pungente del ministro Crosetto sui numeri striminziti della forza dispiegata in Groenlandia. «Non va fatto l’errore di leggere quello che stanno facendo gli altri paesi europei come una volontà divisiva» rispetto agli Stati Uniti, dice la premier, ma il dibattito, ribadisce, va fatto «all’interno della Nato: credo che quello sia l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza». Sull’epilogo di una vicenda che tiene l’Europa col fiato sospeso, Meloni si mostra comunque fiduciosa, ma c’è da dire che gli ultimi affondi del tycoon colpiscono l’Europa quando a Seul è notte fonda. La presidente del Consiglio ammette che i metodi di Trump possono essere molto «assertivi», ma allo stesso tempo ritiene che il suo atteggiamento rispetto alla Groenlandia sia soprattutto «un modo per segnalare con maggiore forza una problematica che c’è» e che nasce da una «sottovalutazione della strategicità» dell’area che c’è stata negli ultimi anni. Anche per questo vede «molto difficile un intervento militare di terra» perché, sostiene, «la questione è politica e politicamente verrà risolta, con un impegno maggiore di tutti».
Equilibrismo ma non solo. Chi ha parlato con la premier del dossier che in barba alle temperature artiche è rovente, spiega che Meloni è davvero convinta che Trump abbia «suonato la sveglia» a chi su quel quadrante nicchiava da troppo tempo. Nonostante la prossima partita geopolitica mondiale si giocherà lì, nell’isola che sotto il ghiaccio nasconde un tesoro di risorse naturali non sfruttate. Diamanti, rame, oro, grafite, nichel, titanio-vanadio, tungsteno, zinco, petrolio, gas, un elenco che potrebbe andare avanti all’infinito. Per non parlare delle rotte marittime che, con lo scioglimento dei ghiacciai, sono destinate a rubare la scena ai commerci che passano dal canale di Suez. Affari ghiotti, che accendono gli appetiti di Cina e Russia. E a cui un businessman come Trump non può resistere. Quella in Groenlandia però non è l’unica crisi che bussa alle porte dei leader occidentali. La presidente del Consiglio esprime l’auspicio che anche in Iran ci sia una «de-escalation» e condanna la repressione violenta del regime contro chi è sceso in piazza: «Non credo che manifestare per i propri diritti si possa pagare con la vita».
IL BOARD DI GAZA
Sulla sua presenza nel board of peace per Gaza ribadisce la disponibilità a farne parte ma fino all’ultimo tiene le carte coperte, a differenza dei leader di altri Paesi non si sbilancia in attesa che Trump ufficializzi l’indicazione di «wonderful Giorgia». Lo stop di Benjamin Netanyahu all’organismo voluto dal tycoon per guidare la fase due della pace in Medio Oriente arriva quando a Seul è già scesa la notte. Un’altra grana, in «un contesto nel quale le certezze diminuiscono», e in cui è meglio «avere alleati e rafforzare la cooperazione con quelle nazioni che sono affini e solide può fare la differenza», aveva detto la premier al mattino, parlando della sintonia immediata con la prima giapponese Sanae Takaichi, tra brindisi, auguri di compleanno e i complimenti incassati per l’uso delle bacchette. In tempi di bufera, si sa, gli amici è meglio tenerseli stretti. Tanto più che con l’aria che tira sembrano destinati a diventare sempre più rari.
Ileana Sciarra
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