ROMA Chissà quante volte saranno fischiate le orecchie a Giorgia Meloni, mentre qualche metro più in là di Palazzo Chigi, nella galleria Alberto Sordi, il suo nome veniva citato ripetutamente. D’altronde, non sarebbe potuto essere altrimenti, vista l’occasione: la presentazione del libro di Italo Bocchino “Giorgia, la figlia del popolo”, alla presenza del presidente del Senato, Ignazio La Russa e Arianna Meloni.
Arianna Meloni rilancia sul premierato
A guardare l’affollatissimo parterre (dove spunta pure Francesca Pascale), è stato anche di più questo: un mix tra un ritrovo di governo (presenti, tra gli altri, Casellati, Valditara, Calderone, Schillaci, l’ex ministro Sangiuliano, sottosegretari vari ed esponenti delle forze di maggioranza) e una reunion amarcord con i volti che rappresentano il presente e il passato di Fratelli d’Italia, come Gianfranco Fini. E se l’elefante nella stanza resta il referendum sulla giustizia, la “sorella d’Italia” punta lo sguardo più in là, verso quella che ancora — forse- è la madre di tutte le riforme: il premierato.
L’elefante nella stanza
Il fulcro del dibattito, per buona parte della presentazione, ruota tutto intorno all’epopea che ha portato i meloniani dall’1,96% ad essere il partito oggi alla guida del Paese. Ognuno ha la sua ricetta: per Bocchino ha vinto la «normalità» incarnata dalla premier, dalla prossemica alla storia personale, che fa storcere il naso alla «borghesia intellettuale». Per La Russa, il fatto che leader di Fdi abbia «saputo, senza perdere la coerenza, cogliere le trasformazioni della società e della politica». Arianna Meloni si appunta sul fatto che «il potere per noi è stato il modo per fare qualcosa di giusto». Da qui la promessa, che fa il paio con quella già impressa nella sua biografia dalla leader Fdi: «Non cambieremo».
Difficile parlare di futuro senza toccare, però, il punto, che più altri, occupa energie e pensieri della maggioranza di governo: la riforma della giustizia. E qui i toni incendiari delle scorse settimane sembrano essere solo un lontano ricordo: «Che cosa succede se vince il no? Che vince il no», minimizza il titolare di Palazzo Madama, convinto che sulla riforma ci siano state «una serie di esagerazioni, una serie di fake news per votare “no” e falli di reazione per votare “sì”». Un colpo al cerchio e una alla botte. A cui seguono due precisazioni. La prima: «Non ci saranno ripercussioni sul governo». La seconda: «Il rispetto per la magistratura fa parte dei valori della destra». La mette così, Ignazio La Russa: «Io soffro al contrario, quando vedo che il giudizio sulla magistratura è diventato a prescindere. Se sei di sinistra devi difenderla se sei di destra ti appiccicano l’essere contro i magistrati». La responsabile della segreteria politica di Fdi ammette ironicamente di essere un po’ più «faziosa», e rivendica che la «riforma è una occasione storica che gli italiani aspettano da decine di anni», visto che garantisce un «processo più giusto», quindi: «Io vi dico di votare sì». Sull’interpretazione del post voto, la linea è simile a quella del presidente del Senato: «Non succederà assolutamente nulla» se dovesse vincere il no e «non arriveranno le cavallette, ma si perderà una occasione».
La “madre”
Per una riforma andata in porto — almeno in Parlamento — ce n’è un’altra, il premierato, che ha ancora un po’ di strada da fare, nonostante sia stata ribattezzata, proprio dalla premier, come la «madre di tutte le riforme». La numero uno della segreteria politica di via della Scrofa la rilancia senza esitazioni: «Non se ne può più di partiti che nella campagna elettorale si fanno la guerra e poi il giorno dopo il voto si mettono d’accordo e fanno un governo insieme. Abbiamo visto i disastri fatti e poi ognuno finisce per portare l’acqua al mulino del proprio partito». Solo con il premierato, parola di Arianna Meloni, «ci sarà veramente l’Italia del futuro». Un auspicio che fa intendere che, indipendentemente dagli esiti del referendum, possa essere proprio questo il cavallo di battaglia che accompagnerà Fdi alle urne politiche nel 2028. Intanto, c’è da pensare alla giustizia, e qui -lasciando la Galleria — è Gianfranco Fini a ribadire la linea: «Che ne penso della campagna referendaria? La penso come Mattarella».
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