28.10.2026
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Economy

L’export vale il 32% del Pil, obiettivo 700 miliardi. L’Istituto per il commercio estero compie 100 anni


Nel 2025, anno record dell’export italiano — 643 miliardi di merci e 148 miliardi di servizi venduti all’estero — è stato il Centro Italia il motore del Paese su questo versante. Sulla spinta di settori come farmaceutica, metallurgica o aerospazio soprattutto in Toscana e in Lazio, l’Italia di mezzo ha registrato nelle vendite all’estero una crescita superiore (+13,2 per cento) rispetto agli altri quadranti. Il Nord-Ovest ha conseguito un +2,3 per cento, il Nord-Est un +2 secco, mentre il Meridione è in contrazione (-1,2). Record che hanno tutto un altro valore pensando che si sono verificati nell’anno dei dazi di Trump. Al riguardo l’Italia ha pagato alle dogane Usa una tariffa media dell’11 per cento, contro il 9,9 della Germania e il 5,9 della Francia.

A fornire questi numeri è l’ultimo rapporto Ice, che ieri ha festeggiato i cento anni di vita, «L’Italia nell’economia internazionale». Dallo studio si evince che le esportazioni di beni e servizi rappresentano il 32,2 per cento del Pil italiano. Nel 1926, quando fu fondato l’Istituto del commercio estero, la percentuale era del 12 per cento, si è quasi triplicata in un secolo.

Tornando al 2025, il rapporto indica che «le esportazioni italiane di merci in valore sono aumentate del 3,3 per cento. La crescita è stata trainata principalmente dai beni di consumo (6,4 per cento), con un contributo determinante del comparto farmaceutico (28 per cento), e, in misura minore, dai prodotti intermedi e dai beni di investimento». Sul piano geografico, «la dinamica più sostenuta si è registrata verso i mercati dell’Unione Europea (4,2 per cento), mentre tra le destinazioni extra Ue si distinguono le vendite negli Stati Uniti, cresciute del 7,2».

Crescono «anche le esportazioni di servizi (+5,6 per cento), sostenute dal turismo e dai servizi alle imprese». E se l’export vale il 32,2 per cento del Pil, «la quota italiana sulle esportazioni mondiali è rimasta stabile al 2,8 per cento, sebbene gli esercizi di scomposizione constant-market-shares evidenzino una lieve erosione nel medio periodo, riconducibile principalmente a un effetto sfavorevole della struttura merceologica, parzialmente compensato da un contributo positivo della competitività». In totale sono 120mila le imprese esportatrici, ma soltanto la parte di Pmi potrebbe aggiungere altri 40 miliardi al suo fatturato estero che vale 130 miliardi.

Intanto ieri l’Istat ha comunicato che nel primo semestre dell’anno l’export italiano è cresciuto a livello tendenziale del 3,4 per cento, sulla spinta di metalli di base e prodotti in metallo. Le vendite in America, poi, sono salite del 2,6 per cento. Proprio questo trend, fa ben sperare il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Credo che l’obiettivo di raggiungere i 700 miliardi di euro di esportazioni sia raggiungibile, tutti i dati danno l’export in crescita, vuol dire che la strategia della diversificazione ha pagato».

Tajani ha aggiunto che all’estero le sedi di Ice, Sace e Simest saranno ospitate nelle ambasciate e nei consolati italiani.

Per spiegare il successo dell’industria esportatrice, il presidente dell’Ice Matteo Zoppas mette assieme «la capacità delle imprese di creare valore», le storiche conoscenze, la capacità di produrre con alti standard di qualità come indicano i livelli raggiunti dal design, la forte diversificazione di mercati e prodotti fino a un sistema ben strutturato sotto l’egida della Farnesina con la stessa Ice, Sace e Simest, che accompagna le aziende all’estero. «Nel tempo — ha rilevato — siamo diventati globali: siamo pasta, pizza, vino, automobili e chiedo perdono per tutte le realtà che non ho citato. Ricordo che la nostra economia è sostenuta per il 30 per cento dalle esportazioni, quindi se queste crescono, cresce anche l’economia». Per aggiungere: «Siamo sempre stati artisti, mercanti, innovatori, abbiamo sempre guardato oltre i nostri confini, con la consapevolezza di saper fare di più. In questa magnifica nazione siamo capaci di fare, creare, costruire e, soprattutto, migliorare». In questa direzione non esclude «una crescita dei volumi nei prossimi anni, anche grazie alla difesa».

Il confronto

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha sottolineato: «A maggio l’Italia ha scalzato di un balzo sia il Giappone sia la Corea del Sud collocandosi al quarto posto tra i paesi esportatori mondiali. Dieci anni fa eravamo all’ottavo posto». Il collega Francesco Lollobrigida (Agricoltura) pone l’accento sulla promozione e ricorda che «i dati delle nostre missioni segnano risultati eccezionali, una crescita non solo della quantità dei nostri prodotti, ma del valore che assumono». Mentre nell’attrazione dei capitali dall’esterio secondo il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, questo settore, «interpreta una funzione chiave nell’attuare investimenti in Italia».


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