«L’Europa è sotto attacco. Il governo passi dai tweet ai fatti». Basta chiacchiere, sferza Elly Schlein. Se davvero Giorgia Meloni fa l’interesse dell’Italia e non si piega ai desiderata di Donald Trump e alle sue sfuriate «inaccettabili», serve uno scatto d’orgoglio. Cominciando ad esempio dall’«uscire dal Board of Peace», l’organo che apparentemente doveva immaginare un futuro per Gaza dove l’Italia siede come osservatore. E dove invece «non sarebbe mai dovuto entrare, perché non sta lavorando per la pace», incalza la segretaria Pd. Alza la voce nella sala strapiena di un albergone dell’Eur, Schlein, dopo aver riunito al mattino la segreteria al Nazareno in vista della direzione di oggi («tranquilli, allargheremo», risponde a chi nel partito le chiede lumi sulle alleanze e sulla foto a quattro del campo largo che escludeva Renzi e gli altri centristi). E davanti a sé ha lo stato maggiore del Pd di Roma e di Bruxelles. L’iniziativa l’ha lanciata il capodelegazione all’Eurocamera Nicola Zingaretti per fare il punto di quanto i socialisti sono riusciti a portare a casa al giro di boa della legislatura europea. E soprattutto per riunire imprese e forze sociali e ascoltare le loro istanze a un anno dalle battaglia campale delle politiche.
LE IMPRESE
Così tra i vari tavoli tematici coordinati dagli eurodeputati ecco che spuntano dirigenti di Eni e Leonardo, responsabili istituzionali di Stellantis, Lavazza e Campari, i vertici di Cgil, Cisl e Uil e anche cinque vicepresidenti di Confindustria. Quel mondo imprenditoriale che oggi il campo largo fa più fatica a intercettare e che vuole capire se può fidarsi di Schlein e soci. La leader dem lo sa e mette in chiaro che vuole intavolare un dialogo, che questo è soltanto l’inizio: «Abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve». Un metodo, quello del «confronto costante», che «vogliamo portare anche al governo di questo Paese». E c’è chi ironizza: ecco la Sala verde di Schlein, la stanza dove a Palazzo Chigi il premier riunisce imprese e sindacati.
Vuole che un messaggio sia chiaro alle imprese, la segretaria: «Essere la più grande forza europeista del Paese non significa essere contenti di ciò che l’Europa è oggi ed è stata finora». C’è molto da cambiare, e il Pd — suona il messaggio — non affatto contento di come Ursula von der Leyen sta gestendo alcuni dossier. Tra i dem c’è pure chi come Andrea Orlando suggerisce di staccare la spina, uscire dalla maggioranza Ursula. Dal nuovo regolamento per i rimpatri che, attacca Schlein, «importa il modello Ice in Europa» all’assenza di un fondo tipo Next Generation Eu che assista le imprese nella riconversione green. «Non mi stancherò di chiedere a Meloni di fare una battaglia insieme a noi per il rilancio della manifattura italiana. Per questo — insiste Schlein — chiediamo un rilancio del piano industriale europeo». Da un «fondo per l’automotive» in difficoltà a risorse per l’efficientamento energetico delle case. L’Europa, avverte Schlein, è «sotto attacco circondata da aggressività militare e commerciale» come i dazi di The Donald. «E se non vogliamo essere messi al margine serve un salto avanti nell’integrazione: superare l’unanimità, cambiare i trattati e proseguire sulla strada degli investimenti comuni europei».
In attesa della direzione di oggi, all’Eur resta ai margini il nodo delle alleanze. Non sembrano preoccuparsi, i dem, del più che probabile «sdoppiamento» del centro del fronte progressista, con una formazione più vicina a Conte (quella di Onorato) e una più in orbita Schlein (Italia viva di Renzi, che come anticipato dal Messaggero con Progetto civico non intende federarsi). «Mancano ancora almeno nove mesi…», alza le spalle un dirigente schleiniano. C’è tempo, per fare sintesi. «Il centro nell’alleanza ci sarà e noi vogliamo che tutti stiano dentro, all-in», riflette un altro big. «Ma se con una o due liste centriste, questo poco cambia…». Giuseppe Conte dal canto suo chiarisce che «non è questione di singole persone, le critiche non sono mai state personali» contro Renzi. I pentastellati, però, dell’ex premier non si fidano. «Adesso — insiste il presidente M5S — lavoriamo sugli obiettivi strategici. Poi valuteremo anche le forze che ci stanno e l’affidabilità dei compagni di viaggio». E lui, Renzi, che nella sua enews conferma di voler mettere in campo una lista autonoma e correre con un proprio candidato alle primarie («mi piacerebbe un sindaco o ex sindaco»), ospite da Lilli Gruber sbotta: «Dico alla sinistra: volete fare le pulci agli altri e portare La Russa al Quirinale o ci vogliamo svegliare?».
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