Lo stop di Hormuz, unito alla coda del conflitto Russia-Ucraina, ha cambiato il mondo. È saltato un equilibrio basato su petrolio, prodotti raffinati e gas che dipendeva da Russia e Medioriente. E gli effetti sono oggi agli atti: le riserve mondiali di greggio sono ai minimi storici, i prodotti raffinati sono sotto forte pressione (siamo «a corto» di diesel e jetfuel e questo ha spinto i margini in Usa al record), e mentre in qualche modo il petrolio che arrivava dal Golfo ha trovato in parte strade alternative via «tubo», per il Gas naturale liquefatto non ci sono altre vie da far battere alle grandi navi metaniere che arrivano da quell’area, quelle del Qatar in testa. Così finora ci hanno pensato gli Stati Uniti a compensare il buco di Gnl che dal Golfo (il 10% dei consumi mondiali) non arriva più in Asia (che nel frattempo ha ridotto la domanda e attinto alle scorte cinesi) e in Europa. Fino a che punto gli Usa potranno mettere una toppa anche nei prossimi mesi, tra Gnl e prodotti raffinati, se la crisi dello Stretto si prolunga, questo si vedrà. Senza contare che la dipendenza dagli Usa, rappresenta una nuova arma geopolitica per Trump.
Ma intanto è certo che l’Europa deve fare i conti con una doppia sfida che riguarda soprattutto il gas: da una parte gli stoccaggi ben inferiori ai livelli dell’anno scorso e, dall’altra, lo stop ad Gnl russo che scatterà da gennaio. La conferma di una fotografia «preoccupante» per l’Europa che va a gas, tra volumi e prezzi (ieri il gas al Ttf di Amsterdam ha sfiorato quota 55 euro per Megawattora, +50% in sei mesi) trova conferma nelle parole di Claudio Descalzi, L’ad dell’Eni lo ha detto chiaramente alla Camera: con lo stop completo del Gnl dalla Russia a gennaio avremo un problema con gli stoccaggi, considerato che le riserve europee sono piene al 53% contro il 63% dell’anno scorso. Lì dove le difficoltà della Germania (al 44%) finiscono per pesare anche sulla virtuosa Italia (al 72%) visto che i prezzi sono internazionali. E che la concorrenza con la Cina morde eccome sul Gnl Usa (ieri è arrivato il primo carico di gas naturale liquefatto americano in Cina dalle tensioni commerciali iniziate un anno fa tra i due paesi). .
L’evidenza è nei numeri fatti nella premessa dall’ad nell’Eni, per descrivere le tre crisi energetiche degli ultimi cinque anni, tra Covid, guerra in Ucraina e Iran, che «non abbiamo visto nemmeno dall’inizio degli anni ’80». La Russia come produzione sua «ha perso circa 100 miliardi di metri cubi di gas», a sentire Descalzi, senza contare il diesel e il jetfuel («moltissimo») che prendevamo dalla Russia dopo che l’Ue ha tagliato la capacità di raffinazione (almeno il 20%, con l’Italia in testa). Con la crisi nel Golfo l’Europa ha rinunciato anche al 60% del jetfuel che arrivava da quell’area attingendo agli Usa, dove ormai le raffinerie vanno al massimo (al 95% della capacità contro il 75%-80% dei tempi normali). Il nuovo blocco dello Stretto vale 9-10 milioni di barili al giorno di greggio bloccati, per non parlare dei cinque milioni di prodotti petroliferi e degli 82 milioni di tonnellate di Gnl, più del 20% in circolazione.
Una situazione che i prezzi energetici riflettono solo in parte.
Il petrolio resta sotto la soglia dei 90 dollari al barile (il Brent è a 84 dollari, +15% dall’inizio della guerra) nonostante l’escalation, grazie all’utilizzo massiccio delle riserve mondiali (400 milioni di barili nei paesi Ocse). Ma le pressioni sui prezzi arriveranno, se la crisi continua. Ad oggi, a fronte di una carenza «non così elevata di greggio», preoccupa di più la mancanza «estremamente elevata» di prodotti raffinati per l’Ue. Tanto che i prezzi di diesel e jetfuel (In Italia abbiamo bisogno di 5 milioni di tonnellate di jetfuel e ne produciamo la metà) sono su livelli ben più elevati di «allarme».
Il punto è che nella grande gara dell’IA (con protagonisti Usa e Cina), l’energia è cruciale. Ed è per questo che gli Usa attingeranno sempre più anche dall’America latina, oltre che dalla produzione nazionale. L’America di Trump vende già 50 miliardi di metri cubi di Gnl all’Europa. Ma quando scatterà lo stop Ue al Gnl russo (36 miliardi di metri cubi), quanto ne potremo prendere ancora in più dagli Usa? Meglio attrezzarsi. «Perché la sicurezza energetica verrà ancora per moltissimo tempo da petrolio e gas», dice Descalzi. Dunque l’Europa dovrà diversificare (e l’Italia lo sta già facendo con l’Eni), oltre che in Africa, in America latina (Argentina, Venezuela e in futuro in Messico), nel sud-est asiatico (Malesia e Indonesia) e negli Usa. Ma la diversificazione dovrà essere anche tecnologica: il mix va integrato con più rinnovabili (a patto di sviluppare accumuli e rete), biocarburanti e nuovo nucleare. Nella speranza che non si ripetano certe scelte sbagliate dell’Europa, «che ha fatto di tutto per distruggere la chimica» e tagliare la raffinazione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA



Leave feedback about this