28.10.2026
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Politics

«Lei è il condottiero, lei è il sole». Valter e Sigfrido come nei Demoni


«La bomba d’amore» è un vero e proprio romanzo, o romanzetto dell’estate, che inconsapevolmente pare ispirarsi a uno dei più potenti capolavori della letteratura. Addirittura — ci piace giocare con i paradossi — ai «Demoni» di Fedor Dostoevskij. Stanno girando tra i telefonini dei politici in vacanza, del mondo Rai in ansia per decidere che cosa fare di Ranucci, tra gli addetti ai lavori e ai livori del circuito mediatico e di Palazzo, alcune pagine di questo straordinario romanzo russo. Guai a fare il torto a Dostoevskij di essersi abbassato a prevedere la storia di Valter e Sigfrido. Uno come lui volava infinitamente più alto e più in profondità.

E tuttavia, a un certo punto dei «Demoni» c’è Stigalev, personaggio lavitoliano, apprendista stregone, costruttore di trame populistiche di conquista del potere (ok, non c’erano i sondaggi, non esisteva il narcisismo tv, Pomezia non era stata ancora inventata e il camerunense Tavares gli zar lo avrebbero inviato in un campo di lavoro in Siberia prima ancora che potesse architettate con ‘O Malessere e gli altri delinquenti campani l’attentato al simbolo del giornalismo d’inchiesta ma ricordiamoci sempre che Sigfrido non è Anna Politkovskaja) che si rivolge al protagonista Stavrogin così: «Lei è il condottiero, lei è il sole, e io sono il suo verme».

Ma il verme Valter è quello che a Stavrogin-Ranucci costruisce la via della politica, prepara per lui il futuro da capopopolo, lo blandisce e lo invoglia in tutti i modi a sbaragliare tutti i suoi nemici («Senta, prima seminiamo il caos, e poi agiamo») e «lo sa che giù siamo tremendamente forti?», e «io ho bisogno proprio di uno come lei. Non conosco altri che lei. Di lei hanno tutti paura e nessuno verrà a darle una pacca sulla spalla e tutti la odiano» ma va bene così: «Se Dio è morto, dobbiamo diventare noi Dio, e comandare». Il Sigfrido dostoevskiano, il principe Stavrogin, molto più bello di Ranucci ma altrettanto in preda a una sorta di «vuoto filosofico» (così lo chiamano i critici letterari per dire dell’indecisione e del suo nichilismo paragonabile al narcisismo del conduttore di Report), un po’ si fa blandire, replica all’apprendista stregone che «lei è un pazzo» ma quella pazzia lo attizza, un po’ vorrebbe farsi rivoluzionario ma ha i suoi dubbi e però l’idea, instillata da Stigalev-Lavitola che il popolo non aspetta altri che lui ne stimola la vanità, lo inorgoglisce.

L’altro gli dice: «Forse vaneggio. Sì, vaneggio. Ma ho ideato il primo passo. E so come farlo».

Dostoevskij dall’aldilà si appassionerebbe (l’ho scritta io o non l’ho scritta io?) a questa piccola grande storia che ci sta toccando nella canicola d’agosto. Lo scrittore russo fece finire male il suo protagonista Stavrogin, ma la sua fu una fine vera e propria, mentre quella di Ranucci si annuncia, per sua fortuna, come una fine solo professionale.

Il vuoto e l’io

I critici letterari parlano di Stavrogin come uno che «sta in un guscio vuoto», ossia non ha capacità di guardare oltre al proprio Io. Non è così anche Sigfrido, in balia di un egotismo tale che non vuole mollare Report, non intende uscire dalla bolla auto-referenziale e si aggrappa al «guscio vuoto» della visibilità perduta in tv per sperare che le trame di Valter-Stigalev lo rimettano in campo e facciano di lui un leader rivoluzionario, anche se lui non crede alla rivoluzione se non come Affermazione di Me?

«Io sono un furfante, non un socialista», dice Stigalev nei «Demoni». Stavrogin lo ascolta, non sa bene che cosa pensare di lui e di se stesso. È uno a cui, come Ranucci, anche se annusa il populismo, non interessa la causa del popolo. Perché è concentrato sul proprio demone, che è un misto di volontà e di subalternità.

Quel che è certo è che, se Sigfrido oltre a interpretare a sua insaputa un personaggio di Dostoevskij avesse letto Dostoevskij, scriverebbe libri migliori e non la raccolta di frasi fatte e di retoriche post-adolescienziali sul tipo di quelle contenute nella sua autobiografia, «La Scelta».


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