«È finita, è finita». È finita davvero, l’agonia lunga più di 420 giorni di Alberto Trentini e Mario Burlò. Sono atterrati a Ciampino i due italiani detenuti in Venezuela da oltre 14 mesi senza un capo d’accusa preciso, in mezzo agli scarafaggi del carcere El Rodeo. Ma soprattutto, senza possibilità di contatto con i familiari. Ed è per loro il primo abbraccio dopo un tempo che è sembrato infinito, i primi sorrisi, le prime lacrime di gioia sulla pista dell’aeroporto: «Bentornati a casa», li accolgono.
Il primo a scendere le scalette dell’aereo, quando alle 8,40 il Gulfstream G600 dell’Aeronautica militare decollato da Caracas tocca il suolo italiano, è Trentini. Provato, esausto forse, ma sorridente. Ad aspettare il cooperante venenziano di 47 anni sulla pista c’è mamma Armanda Colusso, che per mesi ha lottato in tutti i modi per la sua liberazione. E che a stento trattiene le lacrime quando il figlio l’avvolge in un abbraccio che mancava da troppo tempo. «Oggi siamo felicissimi, ma la nostra felicità ha un prezzo altissimo», sono le prime parole della famiglia Trentini letta all’uscita dall’aeroporto dalla legale Alessandra Ballerini. Perché per quanto incontenibile sia la gioia di mamma Armanda e papà Ezio, «non si possono cancellare le sofferenze di questi interminabili 423 giorni».
Ecco perché i Trentini ora chiedono solo di restare «un po’ raccolti». Ed ecco perché a sera Alberto sceglie di non rientrare al Lido di Venezia, nella casa dei genitori assediata da fotografi e telecamere, per fermarsi invece da parenti nei dintorni di Treviso. «Da adesso in poi – è la richiesta della famiglia – abbiamo bisogno di vivere giornate serene e costruttive per tentare di cancellare i brutti ricordi».
La paura
Serenità, normalità. Non chiede di meglio anche Mario Burlò, l’imprenditore torinese di 53 anni che appena sceso dal jet dell’Aeronautica (sul quale volava anche il capo dell’Aise Giovanni Caravelli, il dirigente dei Servizi che un anno fa riportò a casa dall’Iran Cecilia Sala) si avvinghia in una stretta coi due figli giovanissimi, Gianna e Corrado. «È una gioia immensa toccare la mia bella Italia», dirà subito dopo, stanchezza che si mischia a commozione: «Avevo paura che ci avrebbero ammazzato. Paura di non rivedere i miei figli».
A qualche metro di distanza, dalla saletta del terminal dei voli militari, Giorgia Meloni e Antonio Tajani osservano la scena. Hanno voluto esserci entrambi, la premier e il ministro degli Esteri. A incarnare il lavoro di tessitura sottotraccia portato avanti in questi mesi da governo e diplomazia per centrare l’obiettivo. «Bentornati a casa», li saluta Meloni, che a Ciampino resta solo per una manciata di minuti: «Non voglio disturbare perché avete del tempo da recuperare», si congeda stringendo le mani la presidente del Consiglio. Non vuol prendersi la scena, Meloni, che con Trentini scherza: «Hai abbracciato mamma? È stata tanto in pensiero lo sai?». Lui si profonde in «grazie, grazie davvero», lei replica con un «ma stai scherzando». Poi saluta Burlò e i figli. Un momento «toccante» anche per il titolare della Farnesina: «Oltre agli aspetti politici ci sono quelli umani», commenta Tajani. «Rivedere due persone che possono essere finalmente vicine alle loro famiglie è qualcosa che ci riempe il cuore».
Il pensiero, ora, è per i 42 italiani ancora detenuti nelle carceri di Caracas, di cui «24 politici». «Lavoriamo per riportarli tutti a casa», ripete il vicepremier. È «un lavoro di squadra, e sono contento che loro abbiano percepito la vicinanza del governo e dello Stato: nessuno, fuori dai confini, si deve sentire solo». Anche i Trentini, per bocca della legale, rivolgono un pensiero a chi è ancora dietro le sbarre: «La solidarietà dentro e fuori dal carcere è stata la nostra salvezza».
Prima di lasciare Ciampino insieme al legale Maurizio Basile, Burlò si ferma a parlare coi cronisti. Racconta le condizioni disumane, la paura, le attese. «Non posso dire di aver subito violenze fisiche, ma quando uno lede il diritto di difesa, di parlare coi propri figli, è una tortura. È stato un sequestro di persona. Mi credevano morto». Parla del momento dell’arresto, il 10 novembre 2024: «Mi fermano, guardano il passaporto, vedono che da presidente dell’Unione nazionale imprenditori avevo parlato alla Camera. E mi dicono: lei è un politico che vuol fare saltare questo governo. Cospirazione, terrorismo, 30 anni di carcere».
La testimonianza
Con Trentini per un periodo erano in cella insieme. «Lo chiamavamo il campo di concentramento», racconta: «Uscivamo con la maschera come a Guantanamo e le manette. Tre metri e mezzo per due con una latrina centrale, un tubo dove lavarsi con l’acqua e nient’altro». Domani dovrà presentarsi di fronte al gip, per l’udienza preliminare di un procedimento che lo vede indagato per violazioni tributarie con altre 38 persone su una società di consulenza fiscale e tributaria con sede a Terni. Mentre a febbraio è caduta per lui in Cassazione l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito di un processo sulla ‘ndrangheta in Piemonte. «Neanche lo sapevo», racconta Burlò. Che prima di rientrare a Torino fa tappa in un ristorante della Capitale. Il primo pranzo in famiglia dopo un tempo che sembrava non dovesse finire mai.
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