29.10.2026
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Science

la scoperta sul fondale del Canale di Sicilia


Oltre 90 chilometri separano la Sicilia dall’isola di Malta, oggi raggiungibile per via aerea o via mare. Eppure c’è stato un tempo in cui le due terre erano collegate da una striscia di terra e bastava camminarci sopra per arrivare da un capo all’altro. È quanto scoperto dal progetto Bridges, a cui hanno collaborato l’Istituto di Scienze Marine del CNR (Cnr-Ismar) e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS). Una spedizione scientifica italo-maltese salpata a bordo della nave oceanografica Gaia Blu del CNR tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 ha scandagliato i fondali del Canale di Sicilia che, secondo il ricercatore Emanuele Lodolo, guida insieme a Maria Filomena Loreto, è un’area «particolarmente sconosciuta dal punto di vista della mappatura sottomarina di dettaglio».

La scoperta

In un’era geologica non così lontana dalla nostra, trovarsi nella costa sud orientale della Sicilia con lo sguardo rivolto verso Malta, significava avere davanti a sé una terra emersa, frutto dell’ultima era glaciale. Durante quel fenomeno enormi calotte di ghiaccio imprigionarono quantità incredibili d’acqua del mar Mediterraneo, facendo sì che il lembo di terra potesse emergere facilmente e rimanere lì per millenni. Le ricerche ultime collocano il punto più basso intorno a 22.000 anni fa, quando il Mediterraneo era più basso di 120 metri rispetto ad oggi. Come riporta Focus.it, la tecnologia con nuove mappe ad alta risoluzione ha mostrato un fondale molto articolato rispetto alle rivelazioni di inizio Novecento: creste allungate e discontinue che corrono per decine di chilometri, avvallamenti, bacini riparati che ricordano le moderne lagune costiere protette da barriere naturali. L’aspetto ricorda quello di un arcipelago sommerso e un dettaglio in particolare, ovvero la presenza di una possibile barriera corallina, ha acceso la curiosità degli esperti. Se confermata dai vari esami di prossima esecuzione, si capirà quale ecosistema costiero si sia sviluppato e attraverso campioni di sedimento raccolti, poi trattati con il radiocarbonio, capire quando ogni frammento di terra sia stato inghiottito dall’acqua.

Tra le domande più intriganti che sorgono rispetto a questa scoperta è se qualcuno abbia davvero attraversato, camminando, questo ponte. È plausibile che gli animali lo abbiano usato e che gruppi di cacciatori-raccoglitori siciliani abbiano sfruttato le zone costiere in cerca di risorse, ma se esseri umani vi abbiano camminato sopra resta un mistero che solo l’archeologia può scoprire.

Ciò che la scienza sa per certo è che quando gli umani arrivarono a Malta, il ponte era già scomparso sott’acqua.

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La storia umana di Malta: lo studio su Nature

A lungo si è pensato i primi abitanti dell’isola fossero agricoltori neolitici arrivati circa 7500 anni fa, ma uno studio pubblicato su Nature ha cambiato le carte in tavola: gli scavi nel sito di Latnija, nel nord di Malta, hanno portato alla luce tracce di cacciatori-agricoltori vissuti già 8500-8900 anni fa, lasciando testimonianze come utensili in pietra, focolari e resti di pasti composti da pesce, molluschi e uccelli. Essendo il ponte naturale già sommerso da 4500 anni, dovettero attraversare il mare per raggiungerla. Per l’epoca, un’impresa straordinaria, che dimostra quanto le comunità mesolitiche del Mediterraneo avessero grandi capacità di navigazione in mare aperto, molto prima della diffusione dell’agricoltura.

Eleanor Scerri del Max Planck Institute of Geoanthropology, che ha guidato gli scavi a Latnija, ha dimostrato quanto la conoscenza dei primi abitanti dell’isola sia ancora incerta. Il suo dubbio è che i resti trovati siano davvero dei suoi primi abitanti o se, ancor prima di loro, la storia umana di Malta sia ricca di altre pagine ancora da esplorare. Magari proprio quando il ponte naturale era emerso e percorribile.

L’ultima ipotesi, forse la più affascinante, riguarda il fatto che quel lembo di terra fosse fonte di sostentamento con lagune riparate e acque poco profonde, casa per pesci e molluschi, e che per questo attirasse gruppi umani alla ricerca di risorse. Ma, al momento, non vi è nessuna prova che lo attesti.

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