Sembra che in molti se ne siano dimenticati. Che la questione sia stata rimossa. Di certo non dai dipendenti pubblici, che ancora oggi ricevono il trattamento di fine servizio, la liquidazione che spetta quando vanno in pensione, fino a cinque anni dopo l’uscita dal lavoro. È uno dei molti sacrifici imposti agli statali durante la «grande crisi» del debito sovrano del quindicennio scorso. Misure draconiane che hanno pesantemente inciso sulle amministrazioni e che le sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia europea, hanno smontato pezzo dopo pezzo.
Il divieto assoluto di pagare le ferie arretrate a chi lascia il pubblico impiego, caduto sotto la scure delle censure della Commissione europea, è solo l’ultimo esempio. Prima era stato dichiarato incostituzionale il blocco dei contratti pubblici, che per un decennio ha impedito che le buste paga di chi lavora nella Pubblica amministrazione potessero essere aumentate. L’altro grande blocco, quello delle assunzioni, è stato smontato invece dal principio di realtà. Dopo un decennio di mancati ingressi, di personale andato in pensione e non sostituito, le amministrazioni si sono svuotate, portando a «scoperture» negli organici di oltre il 30 per cento, con connessioni forse non ancora del tutto indagate con alcuni dei malanni della macchina amministrativa sorti negli anni, come i ritardi nella giustizia o l’arrivo dei medici e degli infermieri «gettonisti».
Il passaggio
Ma se c’è una misura che ha resistito e resiste da un quindicennio a qualsiasi tentativo di revisione, è proprio il pagamento in tempi celeri del trattamento di fine servizio. La Corte Costituzionale ci ha provato in tutti i modi, con ben tre sentenze, a spingere il governo verso un intervento. Per due volte ha chiesto di rivedere, pur senza spingersi a dichiararla incostituzionale, la norma. Non c’è stato niente da fare. Qualsiasi tentativo, e in Parlamento ne sono stati fatti parecchi, si è schiantato contro il solidissimo muro eretto dalla Ragioneria generale dello Stato e dell’Inps a difesa dei conti pubblici e di quelli dell’Istituto di previdenza (che paga le liquidazioni dei dipendenti). Nei giudizi davanti alla Consulta, è stato ripetutamente spiegato, che per poter pagare agli statali la liquidazione al momento del pensionamento, servirebbero tra i 7 e i 14 miliardi di euro. Una cifra ritenuta non sostenibile da qualsiasi governo che ha provato ad affrontare il problema. Ora però, il tempo delle scappatoie sta per finire. La Consulta, nelle sue diverse ordinanze, ha evidenziato che il Tfs costituisce, a tutti gli effetti, retribuzione differita, maturata durante il rapporto di lavoro. Il ritardo sistematico nel pagamento rischia, quindi, di entrare in tensione con i principi costituzionali che tutelano la giusta retribuzione e il diritto del lavoratore a percepire quanto gli spetta.
Come detto, in tutte e tre le occasioni la Corte, rilevando questo vulnus ai diritti dei lavoratori, ha richiamato il legislatore alla necessità di intervenire. Così, vista l’inazione, ha emesso una ordinanza nella quale ha fissato una scadenza, quella del 14 gennaio 2027, giorno in cui, in assenza di una soluzione, si terrà una nuova udienza che potrebbe essere anche l’ultima, quella in cui le norme anticostituzionali potrebbero essere cassate una volta per tutte, con quel che ne conseguirebbe, ossia il pagamento immediato di tutti gli arretrati. Quei 14 miliardi di euro comparsi fino ad ora nelle memorie difensive dell’Inps e dell’avvocatura generale dello Stato durante le discussioni in Corte Costituzionale, potrebbero adesso uscire dai documenti cartacei e materializzarsi.
Le tempistiche
Il 14 gennaio cade esattamente due settimane dopo l’entrata in vigore della legge di Bilancio. Fino ad oggi le discussioni si sono focalizzate su molti capitoli, dall’innalzamento da 50 a 60 mila euro della soglia di reddito coperta dalla terza aliquota Irpef, quella del 33 per cento, alla conferma della flat tax sugli aumenti contrattuali e sui premi di risultato, fino all’allungamento dei bonus edilizi per un altro anno. Ma nessun cenno è stato fatto fino ad ora sulle coperture necessarie per sciogliere il nodo del pagamento del trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici. Forse, nei menù estivi che i partiti politici stanno apparecchiando per la prossima legge di bilancio, è bene che qualcuno inserisca anche il Tfs. Sarà amaro per i conti pubblici, ma è una portata che gli statali attendono da troppo tempo.
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