Non tutto il male vien per nuocere. Nemmeno quando il male si chiama Donald Trump. Per mesi, l’amicizia tra Giorgia Meloni e il presidente americano è stata raccontata come un boomerang politico per la premier. Troppo vicina al tycoon, troppo esposta alle sue intemperanze, troppo legata a un leader che agli italiani piace sempre meno, soprattutto da quando ha iniziato ad attaccare l’Iran portando i prezzi del carburante alle stelle. Poi qualcosa si è rotto. Gli strappi sempre più frequenti del capo della Casa Bianca hanno finito per ribaltare la situazione. E quello che sembrava un problema si è trasformato in una finestra di opportunità.
Almeno a giudicare dai numeri.
Secondo un sondaggio dell’Istituto Demopolis diretto da Pietro Vento, dopo l’ultimo attacco di Trump, la fiducia degli italiani in Meloni è risalita nelle ultime ore dal 38 al 40 per cento. Due punti che interrompono una fase complicata, segnata dai contraccolpi del referendum costituzionale e dalle preoccupazioni per l’escalation in Medio Oriente. Al contempo, la popolarità di The Donald in Italia è crollata dal 42 all’11 per cento in appena diciotto mesi. Tradotto: oggi Trump finisce per aiutare Meloni soprattutto quando la attacca.
L’effetto boomerang (positivo) della rottura con il tycoon
Del resto, non è un mistero che la distanza da Washington su alcune partite di politica estera sia diventata per Meloni più redditizia della vicinanza, almeno sul piano dell’immagine pubblica.
Lo si è visto in una serie di passaggi recenti: dalla difesa di Papa Leone – anche lui finito nel mirino delle sfuriate del tycoon – al no all’utilizzo della base italiana di Sigonella per supportare i bombardamenti americani in Iran, fino alla freddezza con cui Roma ha declinato l’invito di entrare nel Board of Peace per ricostruire Gaza.
La presa di distanza su dossier di primo piano ha consentito alla premier di collocarsi diversamente nell’opinione pubblica italiana. Da principale interlocutrice europea di Trump e figura chiave della galassia sovranista, Meloni ha progressivamente assunto un profilo più autonomo, meno legato all’asse con Washington e più spendibile sul piano interno.
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Il rilancio dopo il grande gelo
Ma il cambio di passo non è stato indolore: perché la premier – e con lei una parte del suo elettorato – ha scoperto di non essere immune ai cambi d’umore del presidente americano, abituato a premiare solo la cieca fedeltà. Un aspetto che i sondaggi raccontano con chiarezza. Perché in questi mesi a cambiare è stata soprattutto la percezione di affidabilità nei confronti dello spavaldo presidente americano. La stessa che ha costretto la premier a smarcarsi da una relazione diplomatica sempre più “tossica”.
Tant’è che nelle ore successive allo scontro con Trump, Meloni ha guadagnato oltre centomila follower su Instagram dopo il video con cui ha replicato alle accuse del presidente americano. Un segnale coerente con lo spirito del tempo dove la popolarità dura spesso quanto una condivisione.
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La scommessa elettorale
E infatti la domanda è se questo vantaggio nei sondaggi possa tradursi, nel tempo, in un beneficio elettorale stabile.
Perché il quadro, al momento, è ancora in divenire. La linea di Palazzo Chigi è di ricucire lo strappo con cautela, senza offrire a Trump il pretesto per eventuali ritorsioni, anche sul piano economico e commerciale. Con una variabile aggiuntiva: il peso reale della politica estera nelle scelte di voto non sempre si traduce in consenso elettorale.
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