29.10.2026
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la cauzione non è stata pagata. Il silenzio del Tribunale


«Il Tribunale fisserà a breve il prezzo del deposito». Così scrivevano in una nota i giudici di Sion, in merito alla custodia cautelare per Jessica Moretti. Era lo scorso 13 gennaio. Eppure di questo passaggio, nelle pieghe di un’inchiesta con mille lacune, sulla quale pende adesso una seconda istanza di ricusazione da parte di un avvocato svizzero, si sono perse le tracce. Jessica Moretti, indagata insieme al marito Jacques per il rogo del Constellation con le ipotesi di omicidio plurimo, lesioni e incendio colposi, non ha mai pagato e il Tribunale non si è più è pronunciato sulla questione. Della cifra richiesta dalla procura, 400mila franchi per entrambi i proprietari del locale dove la notte del primo gennaio sono morte 41 persone e 115 sono rimaste ferite, ne sono stati pagati, da un anonimo amico, solo 200mila, previsti per la liberazione di Jacques. Un passaggio che ha portato l’Italia a richiamare l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, dal 24 gennaio a Roma. Ma il Tribunale aveva annunciato che anche Jessica avrebbe dovuto versare la somma. Nelle migliaia di pagine depositate dalla procura ai legali di parte civile, mentre si fa chiaro riferimento alla cauzione versata per la liberazione di Jacques, pagata attraverso il legale della difesa Patrick Michoud, la cauzione di Jessica è scomparsa. 

La nota

La nota del Tribunale del 13 gennaio, dopo l’arresto di Jacques Moretti avvenuto quattro giorni prima e il divieto di allontanamento e obbligo di firma disposto per la moglie, chiariva: «Il Tribunale cantonale delle misure coercitive del Vallese, il 12 gennaio 2026, a fine giornata e su raccomandazione della procura, ha imposto misure alternative alla custodia cautelare a Jessica Maric Moretti, la direttrice del bar, a causa dell’esistenza di un rischio di fuga, l’unico rischio menzionato dalla Procura della Repubblica. Queste misure sono standard: un divieto di viaggio che le impedisce di lasciare la Svizzera, l’obbligo di consegnare tutti i suoi documenti d’identità e di soggiorno alla procura, l’obbligo di presentarsi quotidianamente a una stazione di polizia e l’obbligo di versare un deposito cauzionale adeguato. Poiché la determinazione di tali depositi cauzionali richiede un’indagine accurata, l’importo sarà stabilito in un secondo momento». Il Tribunale chiariva anche che la procura non aveva mai chiesto per la donna una misura cautelare. Per Jacques Moretti, scarcerato il 23 gennaio, la cauzione è stata calcolata e pagata. Ma degli altri 200mila franchi che avrebbe dovuto pagare Jessica si sono perse le tracce. 

La rabbia

A chiedere chiarimenti sulle verifiche svolte dal Tribunale, che non ha comunicato neppure alla procura da dove provenissero i soldi della cauzione, in modo da non dovere rendere pubblici gli atti, sono quasi tutti gli avvocati delle parti civili, inclusi quelli di due vittime italiane, Chiara Costanzo ed Emanuele Galeppini, che sollecitano anche un nuovo arresto di Moretti. Tuttavia il Tribunale ha precisato che il calcolo della cauzione è stato eseguito sulla base della gravità dei reati, che sono proporzionali alla pena prevista. In Svizzera si parla di tre anni di condanna per i reati colposi. Ma la proporzionalità viene considerata anche in base al reddito degli imputati. Che, però, secondo i calcoli fatti dagli avvocati di parte civile, avrebbero mentito sui loro averi. I dubbi riguardano pure la provenienza dei soldi, il Tribunale sostiene di avere fatto verifiche adeguate, anche se non specifica quali. E, spiegano i giudici, che non parlano mai di rischio di inquinamento probatorio, non contestato dai pm, «a ridimensionare il rischio di fuga si è notato che l’imputato non ha approfittato dei nove giorni successivi all’incendio per scappare. Sarebbe stato molto facile per lui lasciare la Svizzera con il padre e uno dei suoi cugini, venuti a trovarlo dopo il disastro. Tuttavia, non ha fatto nulla del genere». Una specificazione che sembra voler frenare le polemiche sulle falle nell’indagine contestate dagli avvocati, che avrebbero voluto l’immediato arresto dei due coniugi. Soprattutto, si tratta di misure in vigore solo per tre mesi: in aprile scadranno se non saranno rinnovate. 


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